Quella “zona grigia” che corre sull’asse Reggio Calabria-Milano, ma il giudice Vincenzo Giglio è colpevole o innocente?
Presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, esponente in Calabria della corrente di Magistratura democratica. Arrestato anche un consigliere regionale calabrese, Francesco Morelli e l’avvocato milanese Vincenzo Minasi. Perquisita l’abitazione di Giancarlo Giusti, un altro magistrato, Gip presso il tribunale di Palmi. In manette un maresciallo della Guardia di Finanza, Luigi Mongelli, accusato di corruzione.

Clan Valle-Lampada.
Le mani della ‘Ndrangheta sulla Lombardia? Il procuratore generale di Ancona, Vincenzo Macrì, lo diceva vent’anni fa ma nessuno gli credette e da quel giorno trovò una strisciante opposizione. Il clan dei Valle legato ai Condello, infilitrato nella politica bi-locale al centro dei grandi affari in Lombardia, attivo nell’usura e nel riciclaggio non è una novità in assoluto. Anzi.
Lultima mappa indicata dal Nucleo operativo dei Carabinieri di Reggio Calabria dopo l’attentato alla Procura del 3 gennaio 2010 ne è la conferma.
In Lombardia, operano 19 cosche che si spartiscono il territorio tra le province di Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Monza, Pavia: De Stefano, Iamonte, Pesce, Morabito, Arena, Barbaro, Critelli, Bellocco, Di Giovine, Facchineri, Gattini, Mancuso, Mazzaferro, Nicoscia, Pangallo, Papalia, Paparo, Paviglianiti, Trovato. Tutti operano nel settore del traffico di droga e armi, edilizia e locali notturni.
La cosca Valle che ha in Francesco Valle, detto don Ciccio, il suo capo, viene collocata a Pavia Nato a Reggio Calabria il 29 settembre 1937, libero e sottoposto solo all’obbligo della firma. “La sua residenza è a Bareggio in via Piave 176”. Padre di quattro figli, tre maschi e una femmina, don Ciccio è legato alla famiglia mafiosa dei Cotroneo a loro volta federata con i Condello di Reggio Calabria. A seguito della sanguinaria faida con la cosca Geria-Rodà agli inizi degli anni Ottanta è costretto a trasferirsi da Reggio Calabria a Vigevano”.
MA IL GIUDICE VINCENZO GIGLIO E’ COLPEVOLE O INNOCENTE?

Il giudice Vincenzo Giglio.
Il clan Lampada-Valle lavorava per asservire alle cosche della ’ndrangheta il magistrato. A chiedere e ottenere la sua cattura, la procura antimafia di Milano, guidata da Ilda Boccassini.
Indagando sulla penetrazione della ’Ndrangheta al nord, la Dda milanese. Ilda Boccassini, in predicato di essere nominata procuratore della Repubblica di Reggio Calabria (insieme ad alcuni altri suoi colleghi, compresi gli aggiunti Ottavio Sferlazza, Nicola Gratteri e Michele Prestipino Giarritta, non guarda in faccia nessuno.
Nel 1996, fece arrestare il giudice Renato Squillante, capo dei gip di Roma ed inquisì un esponente storico di Magistratura democratica nella capitale, Francesco Misiani, da tempo in quiescenza.
Domenico Salvatore
MILANO-Un terremoto del dodicesimo grado della Scala Mercalli, non avrebbe avuto questi effetti dirompenti e drammatici.
I giornali titolano a nove colonne e corredano con tutta una serie di fotografie, interviste, dichiarazioni (non dei ministri dell’Interno Roberto Maroni o della Giustizia Angelino Alfano, se non Francesco Nitto Palma, già sostituiti nel nuovo Governo tecnico altrimenti detto finanziario od economista), anche alla radio ed in televisione.
C’è di mezzo un magistrato, se non due, che operano in Calabria, la capitale storica della ‘Ndrangheta, che soprattutto i magistrati, hanno il dovere di combattere.
Fa più rumore un albero che cade, di una foresta che cresce. Sebbene a termini di Legge e di Costituzione, bisogna aspettare i tre gradi, se bastassero, per stabilire se il giudice Giglio, sia colpevole od innocente

Il procuratore aggiunto milanese Ilda Boccassini.
L’entusiasmo negli ambienti della magistratura è alle stelle, per l’ennesimo successo.
Il clan dei Valle-Cotroneo-Lampada-Condello, testa di ponte della ‘Ndrangheta a Milano è alle corde ed annaspa. La cosiddetta “zona grigia” più volte indicata dal procuratore capo della Repubbllica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, comincia a dare segni di nervosismo.
Il solito braccio di ferro secolare fra “Guardie & Ladri”. Ma non si vive di allori. Specialmente nel campo della Giustizia. L’assuefazione è dietro l’angolo. La lotta alla mafia è dura, lunga ed estenuante. Ma come faccia la ‘Ndrangheta a conoscere i più intimi segreti dello Stato (Parlamento, Governo, Magistratura), e non solo, questo non è più un interrogativo senza risposta, oramai da tempo. E non c’è nemmeno bisogno dei pentiti alla Massimo Ciancimino, Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza, Francesco Fonti, Giuseppe Di Bella, Nino Lo Giudice, Roberto Moio, Nino Fiume, Giovanbattista Fracapane, Paolo Iannò ecc. tanto per citare, che ad ogni piè’ sospinto, “cantano” sui rapporti Stato-mafia; o spifferano nomi altisonanti della borghesia mafiosa.

Francesco Morelli.
Ma non chiamatela “colletti bianchi o scarpe lucide”. Riferiscono in aula, pure sul groviglio perverso, scellerato e crudele, Stato-mafia-servizi segreti-imprenditoria-massoneria e via di sèguito. Ci sono anche, le “teste di legno” gli uomini di paglia, i burattini, le marionette, i pupi, gli zombies, gli amici degli amici a libro paga e via di sèguito.
Si scatena ora la caccia alla talpa. C’è qualcheduno che passa le dritte alle cosche della ‘ndrangheta. E c’è un traffico di soffiate dei marescialli, se non in cancelleria e degli avvocati-consigliori. Si scava anche per capire se vi sia pure collusione tra Stato e anti-Stato a Milano. Dejà vu!
L’indagato, Giovanni Zumbo, arrestato nell’àmbito dell’inchiesta “Reale”, (13 luglio 2010), poi convalidato dal gip, per concorso esterno nell’associazione per delinquere di stampo mafioso commercialista di Reggio Calabria, risulta essere in contatto con i servizi di informazione e sicurezza. raggiunto da un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione “Piccolo carro”.
Rivelava ad alti esponenti della ‘ndrangheta reggina notizie coperte dal segreto d’ufficio e concernenti indagini in corso sia presso la Procura di Milano che quella di Reggio Calabria? Sarebbe parte integrante della cosiddetta borghesia mafiosa, di cui parla il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che per esempio, in illo tempore, non era stato ancora informato dei 150 mandati di cattura destinatari dell’Operazione “Infinito” ( 14 luglio del 2010).
Come faceva a saperlo Zumbo, uomo di collegamento tra la ’ndrangheta e i servizi segreti, ancora prima della DDA di Reggio Calabria?
Una cimice registra…”Gl’indagati, sono qualche 150 a Milano!” Le indagini, sono orientate a capire se vi siano altre talpe, che ruotano intorno all’avvocato Vincenzo Minasi, anch’esso indagato; casa a Fino Mornasco, studio in via Vivaio.
Aveva un super-udito e l’ultravista come Nembo Kid? Interrogato dal Gip, Minasi, per rogatoria a Como, assistito dall’avvocato Giuseppe Nardo, interrogato dal gip si e’ difeso e ha fornito la sua spiegazione dei fatti, offrendo la ‘massima disponibilita e collaborazione con la magistratura. Secondo l’accusa, avrebbe trasportato i capitali della cosca a Como e poi a Lugano, dove un altro avvocato-notaio li avrebbe fatti sparire negli Stati Uniti, tramite società off shore . Questa mattina Minasi davanti durante l’interrogatorio che si è svolto

Il presidente dell’ANM, Luca Palamara.
Il maresciallo della Guardia di Finanza in servizio alla sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Como, potrebbe essere una di queste.
Già il 13 marzo 2010, nel suo studio, Minasi mette sull’avviso uno dei Valle: “Ci sono sessantasette richieste di mandati di cattura, le indagini le sta facendo la Squadra Mobile, i reati sono usura e riciclaggio”.
Due magistrati nell’occhio del ciclone. Roba da far sobbalzare sulla poltrona, il presidente dell’ANM, Luca Palamara ed il vicepresidente del CSM, Michele Viesti.
Sembra incredibile che Giuseppe Vincenzo Giglio possa essere asservito alle cosche della ‘ndrangheta.
Ma c’è un altro magistrato, invischiato in questa storia: il gip di Palmi Giancarlo Giusti, che risponde a piede libero; che al telefono si vantava con i Lampada:” Sono una tomba io, dovevo fare il mafioso, non il giudice”, che in cambio otteneva viaggi a Milano.
S’indaga per capire se “veramente” passasse le notti con splendide “squillo” di nazionalità slovacca, kazaka, russa, ceca nell’hotel Brun in zona San Siro. Emergerebbero altri interrogativi inquietanti: Ế vero o no, che il capobastone Lampada venga nominato da monsignor Bertone “cavaliere di San Silvestro”?
Ottiene pure, di far battezzare suo figlio addirittura in Vaticano? Dalle carte emergerebbero contatti della ‘ndrangheta con personaggi della politica ad ogni livello (Regionali, Provinciali e Comunali).
Il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni ed il capogruppo del Pdl al Consiglio Regionale, di cui ne è stato pure Presidente, Luigi Fedele, sono intervenuti sulla stampa per smentire ogni loro coinvolgimento in questa storia.
Tutto ruota intorno al clan dei Valle-Lampada-Condello, ‘ndrine partite da Archi alla fine degli Anni Settanta affiliati alla cosca dei Cotroneo che legato ai Condello-Imerti gli Ursino di Gioiosa Jonica e i Pesce-Bellocco di Rosarno; unite da due solidi matrimoni e sbarcati a Milano. Descritti…” Esercitano una carica intimidatoria incontrastata, risalente negli anni, inducono una situazione di omertà generalizzata, esercitano un capillare controllo del territorio, potendo fare leva su simpatizzanti pronti a segnalare presenze estranee, intrattengono rapporti di affari e comparaggio con altri esponenti ‘ndranghetisti”.
Scrive il gip Giuseppe Gennari, “Rappresentano i tasselli inscindibili di una realtà criminale sostanzialmente unitaria, non solo sotto il profilo degli interessi, ma della stessa componente familiare che ne costituisce il fondamento».

'Don' Ciccio Valle.
Il clan VALLE, recita l’ordinanza, guidato dal capo bastone Francesco VALLE detto “Don Ciccio”, e di cui fanno parte in pianta stabile anche i figli del boss: Fortunato, Carmine, Leonardo, Angela, il nipote nonché genero PELLICANO’ Fortunato a cui si aggiungerà, il lucano SPAGNUOLO Antonio Domenico, sposato in seconde nozze con VALLE Angela
I Valle, vengono accolti dal locale boss Giovanni Cotroneo, calabrese anch’egli. Giunto al nord nel 1968, Cotroneo grazie a usura ed estorsioni ha costruito un impero nel settore del commercio e della ristorazione.
Seguendone l’esempio, i Valle, che si affiliano proprio in pochissimo tempo accumulano un ingente patrimonio. Alla fine degli anni Novanta, più volte colpiti dall’autorità giudiziaria ma mai al tappeto, i Valle trasferiscono i loro interessi nel Milanese, dove proliferano: assommano soldi, potere, e capacità di intimidazione.
Anche i Lampada giungono a Vigevano, ma all’inizio degli anni Novanta, guidati da Maria Concetta Lampada, moglie di Leonardo Valle. L’ordinanza descrive ogni dettaglio della vita, opere e miracoli del clan Valle di Reggio Calabria-Archi…”Questo il retaggio in cui sono maturate le successive azioni delittuose poste in essere in provincia di Pavia e di Milano dal clan VALLE, guidato dal capo bastone Francesco VALLE detto “don Ciccio”, e di cui fanno parte in pianta stabile anche i figli del boss, Fortunato, Carmine, Leonardo, Angela, il nipote nonché genero PELLICANO’ Fortunato a cui si aggiungerà, il lucano SPAGNUOLO Antonio Domenico, sposato in seconde nozze con VALLE Angela.
Nel territorio della provincia di Pavia i VALLE hanno intrapreso da subito, in maniera sistematica, le loro attività delittuose, prestando denaro ad usura e compiendo estorsioni in danno di negozianti e medie imprese. Per estorcere il denaro il clan utilizzava il “modus operandi” tipico delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, compiendo intimidazioni, danneggiamenti e pestaggi nei confronti degli imprenditori riottosi al pagamento del pizzo.
Già nel 1984 Francesco VALLE venne denunciato dal Commissariato di P.S. di Vigevano (PV) per associazione di stampo mafioso e per usura. Successivamente, nel gennaio del 1992, su disposizione della Procura della Repubblica di Vigevano, venne tratto in arresto unitamente ai figli Fortunato, Angela, Leonardo, al genero PELLICANO’ Fortunato, primo marito di VALLE Angela e al cugino LUCISANO Leone, per associazione per delinquere, estorsione aggravata dall’uso di armi ed usura.
Nel luglio del 1992, il Tribunale di Pavia, su richiesta del Questore, ai sensi della legge n. 575/1965, dispose il sequestro dei conti correnti bancari intestati alla famiglia VALLE, nonché di 13 immobili per un valore stimato di oltre un miliardo di lire. Tali beni furono successivamente confiscati in via definitiva nel 1997. Da notare che VALLE Francesco ha accumulato tale patrimonio in soli 12 anni di permanenza nel vigevanese, ove è giunto sprovvisto dei necessari mezzi di sussistenza e chiedendo aiuto al riconosciuto boss calabrese della zona, COTRONEO Giovanni, nato a San Roberto (RC) il 23.07.1942, all’epoca residente a Gambolò (PV), dove risultava essersi insediato nel 1968.
COTRONEO nel vigevanese aveva avviato società operanti nel settore commerciale dell’arredamento per poi inserirsi nel settore edilizio e della ristorazione, acquisendo, nel corso del tempo, cinque pizzerie, date in gestione a personaggi calabresi, utilizzati quali teste di legno.
In questa maniera, COTRONEO si era “riciclato”, avviando società apparentemente lecite, frutto in realtà di usura e metodologie estorsive. Il clan COTRONEO, a cui i VALLE si affiliarono, vantava legami con le maggiori famiglie mafiose calabresi quali gli IMERTI – CONDELLO di Villa San Giovanni; la cosca Ursino di Gioiosa Jonica; la famiglia Pesce-Bellocco di Rosarno e Taurianova.
La conferma dello stretto legame tra i VALLE e il clan COTRONEO si ebbe quando personale del Commissariato di P.S. di Vigevano, nel corso di una perquisizione in casa dei VALLE in via Oroboni 32 a Vigevano, notò, affisso alla parete del salotto di casa, un quadro dal forte significato allegorico, che ritraeva Angela Nucera, moglie del boss Francesco VALLE a letto sofferente, sulla quale vigilava, a mo’ di angelo custode, la effige di Giovanni COTRONEO.
Altro inconfutabile dato circa l’affiliazione dei VALLE alla ‘ndrangheta è determinato dal rinvenimento nel 1984, durante una perquisizione domiciliare, di un atto di iniziazione ed affiliazione alla ‘ndrangheta, formula scritta a penna su una agenda, probabilmente da uno dei suoi figli, atteso che Francesco VALLE è analfabeta.
Il cerimoniale criminale, una via di mezzo tra rito religioso e quello tipico delle sette, annoverava frasi piene di enfasi e riferimenti sacrali. Tale rinvenimento è una traccia rara di una metodologia criminale che vede nell’affiliazione una scelta di vita.
Ingenerale, i rinvenimenti di formule o atti di iniziazioni e affiliazioni alla ndrangheta sono stati rarissimi. In essa è contenuto un riferimento ai tre cavalieri spagnoli che poi, secondo la leggenda, sbarcati in Italia, fondarono la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta.
Nel 1997, dopo le condanne definitive inflitte dalla Corte di Appello di Milano ai componenti della famiglia VALLE per associazione per delinquere finalizzata alle estorsioni e all’usura in danno di imprenditori di Vigevano e Pavia, il clan decise di spostare i suoi interessi e le sue attività nell’hinterland di Milano, trasferendo la residenza anagrafica di tutti i componenti nei comuni di Bareggio e Cisliano. Anche qui, a conferma della persistente e radicata indole delinquenziale dei VALLE, continuano a svolgere la loro “attività” di usurai, nel 2001, VALLE Francesco, ed i figli, Fortunato, Leonardo, Carmine, Angela e SPAGNUOLO Antonio, marito di VALLE Angela e moglie di VALLE Fortunato, vennero tratti in arresto in esecuzione di ordinanza di custudia cautelare in carcere per associazione per delinquere finalizzata all’usura e nel 2004 verranno condannati dal Tribunale di Vigevano per i medesimi fatti, patteggiando la pena.

Tribunale di Milano.
Anche FERRERI Maria Teresa e NUCERA Angela in quell’occasione sono state condannate per riciclaggio, patteggiando la pena. Come sopra già accennato, altro elemento interessante e comune nel modus operandi della ‘ndrangheta che utilizza i matrimoni per allargare il proprio territorio di influenza e tessere alleanze, sono i legami familiari, stabiliti attraverso matrimoni, con la famiglia LAMPADA anch’essa originaria di Reggio Calabria ed organica alla cosca CONDELLO, trasferitisi in questo capoluogo alla fine degli anni 90′.
VALLE Leonardo, figlio del capobastone VALLE Francesco, è coniugato con LAMPADA Maria Concetta sorella di LAMPADA Francesco, mentre VALLE Maria, figlia di VALLE Fortunato, è coniugata con LAMPADA Francesco Ulteriori e ancora più dettagliati elementi sono forniti dagli atti di polizia del 1992, in cui il Commissariato di Vigevano riprendeva anche atti utilizzati in Reggio, per sostenere la richiesta di misure di prevenzione: Proposta per la sottoposizione alla misura di prevenzione – Questura Reggio Calabria 27.11.80 ”
Sebbene la faida sia stata fino a qualche tempo fa una triste prerogativa dei centri aspro montani, tuttavia anche in questo capoluogo (Reggio Calabria) se ne è sviluppata una tra i componenti del clan Geria e la famiglia Valle.
I Geria erano proprietari, in Reggio Calabria, di un avviato deposito di surgelati con punti di vendita al minuto nel rione Santa Caterina e nella via Reggio Campi, territori sui quali esercitavano la loro autorità.
I Valle erano, invece, interessati al commercio di prodotti ortofrutticoli e di agrumi con banchi di vendita nel mercato di piazza del Popolo. Costoro godevano e godono tuttora (lo conferma il ritorno di Valle Demetrio e di Pellicanò Antonio, rispettivamente fratello e cognato di Valle Francesco a Reggio Calabria) di largo seguito di amicizia all’interno del famigerato quartiere di Archi.
L’equilibrio, che aveva consentito la coesistenza tra le due famiglie, un tempo legato da rapporti commerciali e di affari, veniva turbato da un debito di due milioni di lire, insoluto, contratto da Rodà Giovanni presso il patriarca Mico Valle. Si trattava della quota spettante al Valle,che così recedeva dalle società di fatto a suo tempo instaurata col defunto Rodà Paolo e altro socio. Il Rodà, agendo per conto degli eredi del fratello, si era impegnato a pagare il corrispettivo della sua partecipazione al passaggio di proprietà di un autocarro in uso alla società suddetta.
La questione si sarebbe incanalata verso i normali accomodamenti, frequenti nei rapporti commerciali, se i protagonisti non fossero stati entrambi inseriti nel mondo mafioso: da un lato Mico Valle, individuo di indole violenta, dall’altro il Rodà, già soggiornante obbligato perché affiliato alla malavita organizzata. Sicuro dei propri appoggi e per nulla intimorito dall’autorità del Valle, anzi deciso a contrastarla, il Rodà, all’ennesima richiesta di soddisfazione del debito, non trovava di meglio che ripagare il creditore-interlocutore con l’aggressione fisica.
A questo punto, interveniva Domenico Milasi, mafioso di Santa Caterina inglobato nel clan Geria e ritenuto abile mediatore. Il Milasi invitava il Mico Valle ed il figlio Fortunato ( nato a Reggio Calabria l’01/01/1952 ora residente a Cassolnovo (PV) ) ad un chiarimento presso la trattoria del Geria, sita in via S. Caterina: alla riunione prendevano parte Rodà Giovanni, i suoi cognati Postorino Giuseppe e Geria Giuseppe, Milasi Domenico e Valle Fortunato in rappresentanza del padre Mico.
Il significato del luogo prescelto per l’incontro; della persona del ” piacere”; del chiarimento richiesto dal Valle, dopo che allo stesso era stata usata violenza ” ingiusta “, dovevano apparire al clan di questo ultimo, aduso alle sfumature simboliche della malavita, oltreché sospetto, come una mortificazione del suo prestigio mafioso, un atteggiamento di arroganza intollerabile. Il Valle, infatti, si recò al convegno armato di pistola, che dopo qualche minuto di conversazione scaricò contro il Milasi, il Rodà ed il Postorino.
Nell’occorso rimase ucciso soltanto il Milasi, mentre gli altri pur feriti, riuscivano a scampare alla morte. Era l’11 luglio 1977. Da quella data scattavano in seno alla cosca di Santa Caterina i vincolanti meccanismi della solidarietà mafiosa, poiché la morte del Milasi doveva essere vendicata in modo esemplare, sì da togliere ai Valle ogni possibilità di sopravvivenza.

Coco Franco Trovato
Il 18 maggio 1978 era proprio il capostipite dei Valle, Mico, ritenuto mandante della tragica reazione del figlio e causa prima dell’intera vicenda, a cadere sotto i colpi di ingnoti killers, dai quali non aveva avuto il tempo difendersi, malgrado le due pistole portate alla cintola. L’eliminazione del capofamiglia aveva la finalità di prostrare il clan avverso, di scompaginare la controffensiva dei Valle, dai quali era illusorio presumere una docile resa o sottomissione. L’opera di annientamento pertanto continuava.
Il 21 gennaio 1980 veniva ucciso a Reggio Calabria Valle Salvatore, il quale nell’ultimo mese di vita, viveva quasi sempre in casa e si circondava di amici intimi e di familiari. Il 26 marzo 1980 rimaneva assassinato nei pressi della sua abitazione Valle Fortunato, il quale solo da qualche giorno era rientrato a Reggio Calabria, da dove era partito improvvisamente per il Nord Italia subito dopo la morte di Salvatore, avendo fiutato il pericolo per la sua incolumità, adducendo la necessità di cercare un lavoro, dopo aver tuttavia abbandonato la tranquilla sistemazione lavorativa alle dipendenze di una ditta locale.
L’11 aprile 1980, Geria Demetrio, figlio di Giuseppe, mentre saliva sulla sua autovettura, dopo la chiusura del negozio, veniva fatto segno a colpi di arma da fuoco che lo costringevano ad abbandonare l’auto, che riprendeva alcune ore più tardi, in nutrita compagnia.
L’episodio, non denunciato dalla vittima, veniva ammesso dalla stessa nel corso delle indagini esperite per l’omicidio di Geria Domenico, fratello di Giuseppe, ucciso il 23 aprile 1980. Il 10 maggio 1980 veniva assassinato, sempre a Reggio Calabria, Barbaro Giuseppe, giovane picciotto gravitante nel “giro” di Valle Francesco, presso il quale aveva lavorato come garzone. Egli era stato attinto dai colpi di arma da fuoco senza aver il tempo di accennare una qualche difesa servendosi della potente arma di cui era in possesso al momento del delitto. CNR Commissariato di Vigevano 24.7.92.
Un gruppo particolarmente pericoloso è quello facente capo a VALLE Francesco nato a Reggio Calabria il 27.09.1937,residente a Vigevano in via Oroboni n.32 (in atto detenuto per estorsioni ed usura) stabilitosi in Lomellina fin dal 1980 per sfuggire ad una sanguinosa faida con la cosca avversa reggina dei GERIA/RODA’. La pericolosità sociale e criminale del prevenuto è di portata notevole.
La sua figura sembra uscita di peso dalle pagine corpose di uno dei tanti saggi sulla mafia, oggi così in voga nella pubblicistica di tutto il mondo. Il personaggio, invero, assomma in sé quelli che possono considerarsi i tratti salienti caratteristici del “mafioso” tale per definizione. E’ un pregiudicato per lesioni personali aggravate, reati in materia di armi e commercio abusivo, già diffidato di P.S. in atto sottoposto ad Avviso Orale perché ritenuto elemento pericoloso per la sicurezza pubblica.
Partendo da umili origini e da una gioventù travagliata e turbolenta, con manifestazioni criminose caratterizzate da esplosioni di violenza, come si conviene a chi milita ancora nei ranghi della cosiddetta “manovalanza” della mafia, il personaggio acquisisce nell’età di mezzo un rilievo più consistente sia sul piano economico sia nella scala gerarchica dell’organizzazione mafiosa.
Mafioso di spicco, Valle Francesco rientrava nel contesto profondamente mafioso in cui versa gran parte del tessuto urbano reggino sconvolto da lotte feroci e sanguinose che trova spiegazione nella esigenza di affermare la supremazia di un clan o di una cosca sull’altra in riferimento alla gestione dei settori economici ben precisi. Questa personalità violenta, questa gestione sanguinaria del potere economico inasprita dalla faida che dovrà causare 12 tra morti e feriti nelle file dei VALLE e 6 nelle file dei Geria/Rodà , questo retaggio di sopraffazione costituiscono il bagaglio con cui il predetto è approdato a Vigevano, città che ha considerato una terra di conquista in ciò agevolato, rispetto a Reggio Calabria, dal fatto di non aver contrapposte cosche di eguale potenza che gliela posso contendere.
Soffermarsi sui motivi scatenanti la faida in questione e sullo evolversi di essa e necessario per poter comprendere lo spessore criminale e la pericolosità sociale dei VALLE e di Francesco che ne è assurto alla posizione di capo. Si soggiunge che all’epoca di inizio della faida, anno 1977, le guerre tra famiglie, determinate sempre comunque dalla contrapposizione di illeciti interessi di marca mafiosa, era stata una triste prerogativa dei centri aspromontani e non aveva ancora toccato il capoluogo reggino (omissis) Dopo questo ultimo omicidio (quello del 10.5.80), Valle Francesco si rendeva irreperibile, emigrando per l’appunto in questo centro (Vigevano). La sanguinarietà, ma anche la coerenza dei Valle e la violenza prorompente ed impetuosa che ne anima la vendetta, di fronte ai presunti affronti subiti, è dimostrata dal riepilogo dei morti e ferite delle due cosche.
COSCA VALLE
- VALLE Domenica (sorella di Francesco) uccisa da ignoti nel 1972;
- VALLE Antonino (fratello di Francesco) ucciso dalla moglie Cristiano Serafina nel 1976;
- VALLE Domenico (Mico) (fratello di Francesco) ucciso il 18/05/1978; (rapp. Giud. 6/6/78 Compagnia Carabinieri Reggio
Calabria)
- VALLE Salvatore (fratello di Francesco) ucciso il 21/01/1980; (rapp. Giud. N. 1362/2/M1 21/01/1980 Questura Reggio
Calabria)
- VALLE Fortunato (figlio di Antonio e nipote di Francesco) ucciso il 26/03/1980; (rapp. giud. N. 4052/2/M1 del 29/03/1980
Questura Reggio Calabria)
- BARBARO Giuseppe (picciotto dei Valle) ucciso il 10/05/1980; (rapp. giud. N. 5304/2/M1 del 24/05/1980 Questura
Reggio Calabria)
- FICARA Santo (amico dei Valle) ucciso il 29/01/1981;
- FICARA Antonino (amico dei Valle) ucciso il 23/05/1981;
- PELLICANO’ Santo (nipote di Francesco) ucciso l’1/07/1981;
-PELLICANO’ Domenico (nipote di Francesco) ucciso l’1/07/1981;
- VALLE Demetrio (fratello di Francesco) oggetto di attentato nel 1973;
-VALLE Francesco ferito da colpi di arma da fuoco il 10/08/1977; (rapp. giud. N. 9664/2 Me b.M1 del 10/08/1977 e
03/012/1978 Questura Reggio Calabria
COSCA GERIA / RODA’
- MILASI Domenico – ucciso l/11/07/1977;
-RODA’ Giovanni – (cognato di Geria Giuseppe – ferito l’11/07/1977);
-GERIA Giuseppe – (cognato di Rodà Giovanni – ferito l’11/07/1977);
-POSTORINO Giuseppe – (amico dei Rodà/Geria – ferito l’11/07/1977); (rapp. giud. 12/07/1977 Questura Reggio Calabria)
-GERIA Demetrio – fatto a segno di colpi da arma da fuoco l’11/04/1980;
-GERIA Domenico – fratello di Giuseppe – ucciso il 23/04/1980; (rapp.giud. n. 4664/2/M1 del 23/04/1980 Questura di
Reggio Calabria)
-GERIA Angelo – ucciso il 21/06/1983;
Per quanto riguarda la faida è ovvio che essa non può considerarsi conclusa perché caratteristica della faida reggina è la irriducibilità: essa è pretesa verso una folle corsa di morte che né il decorso del tempo, né l’intervento riparatore della giustizia riescono a stemperare, riservandosi all’eliminazione fisica degli antagonisti l’appagamento della sete di vendetta.”
Della famiglia Valle, un tempo particolarmente temuta per numero di fatti criminosi nei quali rimasero coinvolti, sia per la temerarietà dei suoi adepti, sono rimasti soltanto duer esponenti Valle Francesco e Valle Demetrio, entrambi fratelli del capo bastone Mico Valle. Costoro sono tuttora portatori di una pericolosità sociale qualificata dall’ambiente sociale in cui vivono e dalle amicizie che coltivano con i fratelli Ficara, adepti di Don Ciccio Canale e con il gruppo mafioso di Paolo De Stefano.
I due fratelli Valle, hanno rinserrato le fila, dopo la elimini nazione dei loro familiari ed hanno aggregato a sé giovani ribaldi, capaci di coadiuvarli nella lotta”. E’ evidente che i fatti del passato non costituiscono – da soli – prova del presente. Tuttavia la genesi del trasferimento di Francesco Valle a Vigevano è impressionante. 19 morti ammazzati nel giro di due o tre anni segnano i rapporti tra la (più che) presunta cosca Valle e la cosca avversaria ! Dopo questo drammatici fatti, Francesco Valle scompare da Reggio e riappare a Vigevano, ove comincia la sua impressionante scalata. (omissis). La Famiglia Valle a Vigevano.
La forza della famiglia VALLE consiste nella sua struttura monolitica che le ha permesso di sopravvivere ai ripetuti assalti della cosca avversaria; seppure parzialmente decimati, i Valle hanno ricreato a Vigevano quel gruppo che ha scritto un capitolo violento nella storia della mafia reggina, accresciuto dalla nuova linfa di picciotti e compari al proprio servizio. Quest’Ufficio sulla scorta delle indagini esperite ha approntato l’allegato organigramma che delinea la struttura della cosca Valle.
Già in data 02/04/1984 lo scrivente Commissariato con rapporto giudiziario n.128/1984/2 deferì a codesta A.G. per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. gli appartenenti alla cosca in parola, ma il procedimento penale instaurato fu archiviato da parte del G.I. ex art. 74 cpp. Gli elementi che all’epoca non risultarono sufficienti per ravvisare l’ipotesi di reato di cui all’art. 416 bis c.p. hanno ora ricevuto dignità di fonte di prova a seguito della operazione di polizia condotta da quest’Ufficio nel mese di gennaio c.a. che ha consentito di arrestare oltre al capofamiglia Francesco, i figli Angela, Fortunato e Leonardo, il genero e nipote Pellicanò Fortunato ed il cugino Lucisano Leone ( tutti ancora detenuti ad eccezione di Angela e Leonardo a vario titolo autori in concorso, di estorsioni ed usura; in questi settori è stata individuata la principale attività delinquenziale dei prevenuti, supportata altresì da intimidazioni, danneggiamenti e pestaggi.
Essa costituisce la modalità di investimento più immediata dei profitti illeciti e nel caso in esame è riuscita a raggiungere dimensioni rilevanti forte della copertura delle intimidazioni e ritorsioni in caso di mancata restituzione del debito e del fatto che essa si sviluppa per lo più nell’ambito di quei soggetti che essendo già incorsi in disavventure economiche e violazioni di legge, non possono più fare ricorso al finanziamento, certamente più conveniente, da parte degli istituti di credito. Ora, però, che i conti correnti bancari e le cassette di sicurezza intestati alla famiglia Valle sono stati posti sotto sequestro così come 13 immobili per un valore superiore al miliardo, in accoglimento alla richiesta formulata dal Signor Questore di Pavia ai sensi della legislazione antimafia , patrimonio accumulato in soli 12 anni di attività a Vigevano, sovviene una riflessione che non può essere sottaciuta.
Gli acquirenti di terreni, edifici ed aziende effettuati con la minaccia e con l’uso della forza da parte della cosca Valle non costituiscono dei semplici trasferimenti di ricchezza e di diritti di proprietà. Tale trasferimento di beni rappresenta solo il primo stadio di un ampio processo di accumulazione il cui secondo stadio (che è stato però bloccato) consiste nella concentrazione delle ricchezze acquistate in un numero di mani minore e nella sua ulteriore valorizzazione tramite estesi programmi di investimento.
Nella cosca Valle si avverte ancora la presenza degli elementi tipici della mafia tradizionale; l’arcaica ferocia, la sanguinarietà, il valore ed il coraggio male-interpretati, il ricorso all’intimidazione ed alla violenza, l’accrescimento ulteriore del numero di legami di parentela che arrivano al punto di favorire i matrimoni incrociati tra cugini di primo grado (matrimonio tra Valle Angela e Pellicanò Fortunato), istituzione di un numero elevatissimo di rapporti di cointeressenza economica tra i membri della cosca, includendo in ciò anche le componenti subalterne della comunità domestica quali le donne, gli adolescenti e gli anziani, creando forme di vero e proprio comunismo familiare.
In particolare, le violenze e le intimidazioni sembrano essere prerogative dei Valle, come si rileva dall’allegato elenco dei procedimenti penali istituiti dalla Procura della Repubblica di Vigevano, a seguito di indagini condotte da questo ufficio, per una tranche dei quali è già stato fissato il dibattimento al 15/10/1992 e per i restanti è stato chiesto il rinvio a giudizio in data 21/07/1992.
A titolo esemplificativo, si condensano, qui di seguito, gli episodi più rimarchevoli:
-TROTTI Mariagrazia, orefice di Vigevano viene minacciata nei suoi affetti più cari, con l’avvertimento, in caso di mancato pagamento, di ammazzare il marito ed il figlio a colpi di pistola in bocca;
-CAMPANIELLO Raffaele, albergatore e ristoratore di Vermezzo (MI), scampa addirittura ad un tentativo di sequestro di persona, il cui epilogo poteva anche essere tragico e viene pestato a sangue dai Valle.
- LOVISETTO Bruno, artigiano tessile di Biella (VC), anche dopo l’arresto dei Valle riceve a Biella la visita di tre individui (non ancora identificati) presumibilmente emissari degli arrestati, che incaricano gli impiegati della ditta, vista la momentanea assenza del titolare, di informarlo che ” sono venuti quelli di Vigevano” il medesimo nella casa dei Valle viene minacciato di fargli abortire la figlia incinta se non onora i pagamenti;
- ARATI Francesco, pensionato benestante di Vigevano, è costretto a vendere a Valle Francesco un capannone industriale cedendo a minacce del tipo ” se a lei capitasse che parte del capannone saltasse in aria come la prenderebbe? E’ meglio che venda a me, farebbe un affare”; naturalmente il prezzo e le modalità di pagamento sono stabilite dall’acquirente;
- FABOZZI Vincenzo, imprenditore nel settore calzaturiero, trascinato e picchiato in casa dei Valle, minacciato di seppellirlo nel loro stesso giardino, in quanto aveva manifestato l’intenzione di denunciare alla Polizia le estorsioni subite;
- CUSUMANO Benito, viene picchiato nella sua abitazione da VALLE Fortunato e SALVIA Basilio (assassinato da ignoti in data 8/3/91 nonché ripetutamente pestato e sequestrato nell’abitazione dei VALLE di via Oroboni;
- MERIGGIOLI CAPRA Paolo, titolare agenzia ippica di Vigevano, viene minacciato in caso di mancato pagamento degli interessi, di fargli saltare il locale. (omissis) La paura è tale che anche davanti all’evidenza si nega di aver avuto rapporti con essi, nonostante i Valle abbiano acquistato ( si fa per dire, poiché è il prezzo degli interessi usurari) gli immobili di persone che vi continuano ad abitare, pagando loro un cospicuo affitto mensile: è il caso di APPELLA SENATRO Salvatore e della moglie CIANCIA Angela nonché RUBINI Francesco.
Chi, invece, subisce danneggiamenti o attentati incendiari, come CAMMARERI Carlo, che si ritrova la macchina completamente bruciata, dopo un momento di stizza e l’imprecazione contro i Valle, quali autori dell’episodio, ritratta in denuncia e nega davanti al magistrato che lo ha convocato per interrogarlo. Ma ecco che, quasi improvvisamente sorprendendo anche gli organi inquirenti, si abbatte il muro di omertà, si dissolve la cortina di paura.
Ciò che prima le vittime erano soltanto disposte a “sussurrare” alle orecchie degli inquirenti o a fare ” riservate indiscrezioni”, rifiutandosi di ufficializzare tali ammissioni con la verbalizzazione, si tramuta in precise, circostanziate, concordanti dichiarazioni. (omissis) E’ sin troppo noto come la mafia prosperi e faccia conto proprio sul sentimento di paura che incute alle vittime, delle sue prepotenze e come, peraltro, proprio per mantenere in siffatto clima di terrore, sempre la mafia sia pronta ed implacabile nel punire esemplarmente coloro che per avventura rompano quel muro di omertà che la circonda e la protegge e vengano meno alle “regole del gioco” dalla stessa mafia imposte a cui non è assolutamente facile sottrarsi.
Emblematico è il costante riferimento, da parte dei taglieggiati, alla gigantografia che troneggia in una stanza della villa fortino di via Oroboni, allorquando i malcapitati sono convocati e più spesso condotti di peso al cospetto di VALLE Francesco che ammonisce in tono grave: “l’uomo vestito di bianco che vedete nella fotografia è mio nipote, è latitante e ha cinque omicidi sulle spalle”.
Obliterare una tale realtà, che cade ogni giorno sotto l’osservazione di tutti, operatori del diritto e cittadini in genere, sarebbe estremamente colpevole e se ne deve quindi tener conto per conferire alle indagini condotte da questo ufficio e dalla Procura della Repubblica di Vigevano tutta la possibile attendibilità in sede di configurazione del reato di associazione per deliquere di stampo mafioso.
Di modo che, devono sempre in tal sede ritenersi esaustivi le fonti di prova offerte dallo scrivente Commissariato sia sull’esistenza dell’organizzazione mafiosa capeggiata da VALLE Francesco, sia sulla non estraneità della stessa organizzazione alle azioni delittuose consumate nel territorio de vigevano e dintorni nell’arco di 12 anni che vanno dal 1980 data di insediamento dei Valle a Vigevano, al gennaio 1992 e che sono valse ad instaurare un clima di terrore, di ricatti e di estorsioni assolutamente intollerabile.
Che se poi si volesse dubitare della partecipazione dei Valle ad una siffatta organizzazione, argomentando che l’ormai raggiunta agiatezza economica – difficilmente raggiungibile in soli 12 anni con il lavoro onesto, dal fruttivendolo che era a proprietario plurimmobiliare – non potrebbe mai suggerirgli di immischiarsi in imprese del genere dall’incerto risultato e dai molti rischi, sarebbe facile obiettare che un siffatto argomentare paleserebbe un’approssimativa conoscenza del fenomeno mafioso e sulla indissolubilità del vincolo contratto al momento dell’ingresso nell’organizzazione, sul permanente interesse a sempre più allargare le sfere di influenza ed ampliare le occasioni di arricchimento, sulla necessità soprattutto nel caso in specie, di sostituire all’impegno nell’attività di ortofrutta svolta nel famigerato quartiere Archi di Reggio Calabria, nuove fonti di guadagno, quale quelle appunto provenienti dalle vessazioni usuraie imposte a debitori, dai ricatti a possidenti di beni appetibili o ad altri soggetti del sottobosco delinquenziale sottomessi nella scalata dalla sua venuta a Vigevano, a capo consacrato della mala locale.
La realtà obiettiva- costituita dalle denunzie di estorsioni, usura, lesioni, pestaggi, minacce e altro, consumati nel territorio della provincia di Pavia, del biellese e dell’hinterland milanese è la prova più evidente della esistenza di un organizzazione mafiosa che, incutendo il terrore è riuscita ad estendere il dominio nella zona. aggi, minacce e altro, consumati nel territorio della provincia di Pavia, del biellese e dell’hinterland milanese è la prova più evidente della esistenza di un organizzazione mafiosa che, incutendo il terrore è riuscita ad estendere il dominio nella zona.
E le indagini, questa volta non per mezzo di voci confidenziali ma attraverso le circostanziate e precise indicazioni e dichiarazioni fornite dalle vittime che hanno consentito a questo ufficio non solo di individuare molti dei componenti di detta organizzazione ma da ritenere fondatamente che a capo della stessa vi è VALLE Francesco, ” don Ciccio” per gli amici. E che l’organizzazione sia alle sue dipendenze “gerarca incontrastato” è dimostrato dal fatto che tutte le persone indicate in epigrafe appartenenti all’associazione mafiosa scoperta in esito alle indagini per le estorsioni e l’usura ” tutti insieme” Frequentano il VALLE Francesco.
A parte gli appartenenti legati da vincoli familiari a carico dei quali sono state acquisite numerosi fonti di prova (i figli Angela, Fortunato e Leonardo, il genero Pellicanò Fortunato, tutti conviventi in via Oroboni n.32) anche gli altri affiliati frequentano “tutti insieme” assiduamente VALLE Francesco, il quale utilizza le auto blindate Fiat 132 targata Roma e l’Alfetta 200 targata Cremona.
Anche la cosca “VALLE”, però, per poter muoversi liberamente nel settore dell’usura e dell’estorsione ha dovuto pagare il pedaggio ad un altro clan tecnicamente più progredito, facente capo a COTRONEO Giovanni, nato a San Roberto (RC) il23/07/1942, residente a Gambolò (PV) dal 1968. COTRONEO Giovanni risulta ufficialmente operante nel settore del commercio (mobili ed arredamento), dell’edilizia e della ristorazione.
In Vigevano controlla, di fatto, nr. 5 pizzerie gestite da “teste di legno” di origine calabrese. Per lo stile di vita e l’organizzazione della propria attività imprenditoriale nei settori sopraindicati, si ritiene che il Cotroneo abbia superato lo stadio primario di accumulazione del capitale con metodologie illecite e si sia “riciclato” in operatore economico di lecite attività imprenditoriali.
Pur tuttavia, rimangono i vincoli ed i legami con le pericolose cosche tuttora operanti in Calabria: – con gli IMERTI/CONDELLO, per il tramite di Buda Francesco, nato a Fiumara (RC) il 2/3/1959, residente a Vigevano, cogestore della pizzeria “Charlie Brown”, il cui fratello risiede in Calabria è intimo amico del pericoloso latitante IMERTI Antonino, nato a Villa S.Giovanni il 228//1946, ivi residente; – con la cosca “URSINO”, per il tramite di Racco Gino, nato a Gioiosa Jonica (RC) il 7/2/1959, residente a Vigevano in un appartamento di COTRONEO Giovanni ed alle sue dipendenze come muratore; – con il clan mafioso “PESCE/BELLOCCO” di Rosarno (RC), per il tramite di PESCE Rocco, nato a Taurianova (RC)il 31/5/1971, ivi residente ed ASCONE Michele, nato a Taurianova (RC) il 12/3/1969, ivi residente, entrambi già identificati in Vigevano.
Tale dipendenza gerarchica è provata da un quadro dal forte significato allegorico appeso nel salotto di casa VALLE in via Oroboni n.32, che ritre la moglie di VALLE Francesco, NUCERA Angela, a letto sofferente, sulla quale vigila, quale fosse un angelo custode, la effige di COTRONEO Giovanni. Al di là del puro riferimento simbolico che è tipico, così come l’enfasi, l’ampollosità e la sacralità, dell’ambiente mafioso, è importante la presenza di questo quadro che costituisce la prova di un alleanza cementatasi in amicizia, con tutte le conseguenti implicazioni di portata criminogena che ne consegue.
Altro elemento qualificante per il Valle Francesco di appartenente ad organizzazione mafiosa è il sequestro avvenuto durante una perquisizione domiciliare effettuata nel 1984 di un agenda a lui appartenente, contenente un brano scritto a penna, probabilmente da un figlio in quanto il prevenuto è completamente analfabeta, riportante il rito di inziazione e di affiliazione alla n’drangheta; il cerimoniale criminale descritto è una via di mezzo tra il rito religioso e quello tipico di una setta contenente frasi piene di enfasi e connotate da una certa sacralità. In conclusione, appare inconfutabile che l’organizzazione criminale facente capo a VALLE Francesco racchiude in sè tutti i connotati tipici della associazione di stampo mafioso.
Innanzitutto la forza di intimidazione e cioè che tale “societas sceleris” a causa della “fama” acquistatasi con atti di violenza e di minaccia a danno di coloro che intendono ostacolare l’attività, è ormai in grado di incutere timore per la sua stessa esistenza, generando in coloro con cui vengono a contatto una condizione di “assoggettamento” e cioè di sottomissione incondizionata e un conseguente atteggiamento di “omertà” e cioè di reticenza e di rifiuto di collaborare con gli organi inquirenti dettato dalla paura di eventuali ritorsioni e rappresaglie da parte dell’organizzazione.
Prova ne è che soltanto 12 anni dopo il loro insediamento in Vigevano, grazie al coraggio ed alla presa di coscienza della titolare di una gioielleria, Mariagrazia TROTTI, si è squarciata la cortina di apura e omertà e hanno raggiunto dignità di fonti di prova e riscontro obiettivi, quelle che per anni erano state soltanto voci indizi e sospetti non adeguatamente supportati. Sull’esempio dell’orefice, altri commercianti, artigiani ed imprenditori hanno denunciato le vessazioni subite per anni dai Valle.
Orbene, poiché l’effetto tipico dell’intimidazione mafiosa consiste nel produrre assoggettamento ed omertà e poiché l’intimidazione deve risultare necessariamente insita nello stesso vincolo associativo, l’associazione può considerarsi mafiosa, soltanto ove il timore da essa suscitato risulti idoneo a creare di per sé uno stato di sottomissione come conseguenza di una “fama criminale” già da tempo consolidatasi.
La cosca “VALLE”, invero, ha acquistato la sua “forza” proprio in virtù di reiterati comportamenti di violenza e di minaccia tali da ingenerare progressivamente quello stato di timore diffuso che lo stesso “vincolo associativo” è ormai da solo in grado di suscitare; e la forza oltre a consentire ai soci di poter contare su di una efficace protezione (l’omertà) da parte di tutti coloro che siano a conoscenza della “cattiva fama” dell’organizzazione, fa apparire assai più agevole anche l’intimidazione di quegli specifici, soggetti, la cui “sottomissione” alla volontà mafiosa influisce direttamente sulla potenzialità della associazione a realizzare i singoli obiettivi “finali” che si proponeva di conseguire.
Il fine che si propone l’associazione in parola è desunto dall’esame della copiosa documentazione di natura finanziaria contabile e dei conti correnti bancari sequestrati al clan “VALLE” nonché dalle risultanze degli accertamenti patrimoniali disposti dal Sig. Questore di Pavia; emerge infatti una notevole divergenza tra la consistenza dei conti correnti, costituite da cifre minime e comunque apparentemente insignificanti e l’effettivo movimento di capitali in denaro liquido contante di cui i prevenuti avevano la disponibilità per effettuare prestiti di natura usuraria.-
Molteplici sono, infatti, le dichiarazioni circostanziate delle parti offese che asseriscono di aver ricevuto in denaro contante svariate decine di milioni in più occasioni.- Questo dato di fatto induce a ritenere fondato che l’organizzazione criminosa di cui i Valle hanno dato vita abbia come scopo principale il riciclaggio di denaro sporco, la cui provenienza potrebbe derivare dai sequestri di persona.
In effetti, in data 06.05.1992, al momento dell’arresto di VALLE Leonardo, costui viaggiava sulla propria autovettura in compagnia di FRANCO Giovanni, nato a Camini (RC) il 13.03.1956, residente a Roccella Jonica in Contrada Guardali senza numero civico, immune da precedenti al CED, il cui fratello di nome Cosimo, nato a Camini (RC) il 17.03.1951, residente a Roccella Jonica in via Gerone nr. 24 è in atto detenuto a Brescia, in quanto partecipò materialmente al sequestro di Roberta Ghidini, prelevando i fratelli della ragazza che veniva intanto rapita da altri complici ed abbandonandoli successivamente in un cantiere.
La banda IERINO’ di cui fa parte il sopramenzionato FRANCO è indagata anche per il sequestro Conocchiella, del quale da 15 mesi non si hanno più notizie.- Effettivamente, le imputazioni tratte delle sentenze del Tribunale di Vigevano del 25 maggio 1993 e del 21 luglio 1995 – fatti per i quali è intervenuta condanna definitiva e che quindi devono essere ritenuti come storicamente comprovati – si caratterizzano costantemente per un livello di violenza e intimidazione assolutamente eccezionale.
Dunque, non è a caso che la relazione di Pg sopra riportata descriva la famiglia Valle come da sempre nota per diffondere un clima di terrore e violenza. Quel clima ben presente nelle parole della Trotti e che induce la teste – a torto o ragione non importa – ad attribuire ai Valle addirittura la misteriosa morte di appartenenti alla Polizia responsabili delle indagini sui Valle.”
Dieci sono state le ordinanze di custodia cautelare disposte dal Gip Giuseppe Gennari su richiesta del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dei pm Paolo Storari e Alessandra Dolci ed eseguite tra la Lombardia e la Calabria. Solo per Maria Valle sono stati previsti gli arresti domiciliari. Tra i nomi degli arrestati ieri quello che sicuramente fa più rumore è quello di Vincenzo Giglio, giudice del Tribunale di Reggio Calabria e presidente di Corte d’Assise. Su di lui non solo ombre, ma piuttosto accuse che pesano come macigni: corruzione, favoreggiamento personale con l’aggravante prevista dall’articolo 7 del d.l. 152/1991 di aver agevolato le attività di una cosca, appunto quella dei Lampada/Valle. Un magistrato stimato, anche per il suo ruolo di docente di diritto penale alla scuola di specializzazione di Reggio Calabria, ma soprattutto impegnato all’interno di Magistratura Democratica e coinvolto in molte iniziative antimafia: dopo il danno, la beffa, verrebbe da dire, ma così vanno le cose.
E l’agevolazione nei confronti dei Valle/Lampada il giudice Giglio l’avrebbe esercitata proprio nel suo ruolo di presidente della sezione “misure di prevenzione” del Tribunale di Reggio Calabria. Un paradosso ma non troppo se si pensa al ruolo cruciale che in questi anni le misure patrimoniali hanno giocato nel contrasto alle mafie.
Il prezzo della corruzione, nel caso le accuse reggano al vaglio processuale, sarebbe stata la promozione della moglie, Alessandra Sarlo, alla direzione della ASL di Vibo Valentia, in qualità di commissario straordinario.
A giocare un ruolo in questa nomina sarebbe stato un altro degli arrestati, il consigliere regionale della Calabria Franco Morelli del PdL, presidente della commissione bilancio della regione, ora accusato di corruzione ma anche di concorso esterno in associazione mafiosa. Un arresto che forse boccia per sempre la carriera politica di Morelli, in predicato di diventare assessore della giunta Scopelliti sull’onda dei 14.000 voti presi ma poi frenato nella rincorsa dai rumors su possibili inchieste a suo carico, nonostante la sua candidatura potesse contare sull’appoggio politico di Gianni Alemanno, attuale sindaco di Roma.

Michele Vietti
Niente carcere ma solo perquisizione per un altro giudice, Giancarlo Giusti del tribunale di Palmi (RC); anche per lui si ipotizza la corruzione, documentata anche da alcuni soggiorni a Milano pagati dalla cosca e nel corso dei quali avrebbe usufruito anche dei servigi di alcune escort di alto bordo. Non si fermano qui i nomi eccellenti.
L’altro nome è quello di Vincenzo Minasi, legale del foro di Palmi e con studi a Milano e Como. Oltre ad essere il difensore di Maria Valle, Minasi è anche il legale di Massimo Sabatino nel processo per l’omicidio della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. Per lui una doppia tegola: l’ordinanza di custodia cautelare voluta dalla DDA milanese, nella quale si ipotizzano i reati di concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di segreto d’ufficio e intestazione fittizia di beni. E poi la notifica del provvedimento di fermo disposto dalla DDA di Reggio Calabria, nell’ambito dell’inchiesta “Cosa Mia”, per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni; secondo l’accusa Minasi sarebbe uno dei “consigliori” più ascoltati dalla cosca Gallico di Palmi.
Completa l’elenco degli arresti eccellenti Vincenzo Giglio, omonimo e cugino del magistrato, di professione medico, che avrebbe sponsorizzato la candidatura di Leonardo Valle, oggi in manette per associazione mafiosa e Luigi Mongelli, maresciallo della Guardia di Finanza, accusato di corruzione. Manette anche per Raffaele Fermigno, Domenico Nasso, Alfonso Rinaldi e Gesuele Misale. Per tutti accuse di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni.
Al centro quindi del blitz di ieri l’aggressione ai patrimoni mafiosi e i soggetti che consentono a cosche come quelle dei Valle/Lampada di sfuggire ai provvedimenti di sequestro, che precedono la confisca e la destinazione a fini sociali o istituzionali.
Il clan dei Valle aveva subìto come detto un’altro ben più duro attacco da parte dello Stato, dalle forze di polizia e dalla magistratura, proprio prima dell’operazione crimine. Il 2 luglio 2010. I p.m. Ilda Boccassini, Daniela Dolci e Paolo Storari, in illo tempore sotto le direttive del procuratore capo della Repubblica di Milano, Manlio Minale, esplorano nuovi modi giuridici di perseguire i clan di ‘ndrangheta.
Il clan dei Valle-Lampada-Cotroneo, federato con i De Stefano e con i Condello,trasferitasi nel 1979 dopo una guerra di mafia con la cosca Geria-Rodà persa 12 a 6 (morti), era di casa a Vigevano (Pavia) una ricca località della fiorente Lombardia od a Cisliano o Bareggio (hinterland milanese), dove poteva agevolmente controllare il territorio. La cosca, era organizzata come lo Stato; aveva le sue vedettes dappertutto.
Il padrino don Ciccio, “battezzava” i nuovi picciotti e promuoveva la gerarchia. Sebbene la mente del clan sia Fortunato Valle. La Polizia, il 26 gennaio 1984, nel corso di una perquisizione domiciliare, gli ha pure sequestrato un codice della ‘ndrangheta, oltre a ville, case, cavalli ecc. Nel 1991, l’intero clan dei Valle finisce a San Vittore. Disponeva pure di un servizio di sorveglianza a bordo di automobili.
Il gip Giuseppe Gennari della DDA di Milano rimane a bocca aperta. Lo Stato non si doveva permettere di …pedinare i delinquenti ed i mafiosi. Il gesto si trasforma in un incredibile inseguimento di trequarti d’ora a parte dei Valle all’ auto-civetta del poliziotto, infine accostato e invitato con tono minaccioso ad ammettere di essere un agente . A parte la storia delle microspie, scoperte, usate ed abusate.
Quella del 2 luglio 2010, fu un’ indagine che permise di sequestrare il tesoretto, beni mobili ed immobili per un valore di oltre 10 milioni in 138 immobili, negozi, società, conti correnti e disvelare il complesso di conoscenze in ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali (la cosiddetta zona grigia o colletti bianchi:avvocato o commercialista o imprenditore o bancario o medico o politico locale) che permettono all’ ndranghetista di amplificare la propria capacità di penetrazione nel tessuto sano della collettività.
Domenico Salvatore
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