venerdì 19 luglio 2013

Roma, L'omicidio di "don Vincenzo" Femia, un altro caso Novella?

La Squadra Mobile di Roma ha arrestato Gianni Cretarola, accusato di essere l'esecutore dell'omicidio del boss della 'ndrangheta Vincenzo Femia, 67 anni, ucciso nella capitale il 25 gennaio 2013. la Questura di Reggio Calabria, impose i funerali all'alba del 30 Gennaio 2013 in forma rigorosamente privata con la sola partecipazione dei più intimi familiari.  La stessa  sorte, del suocero “don Peppe” Nirta, patriarca di “Santa Lucia” o della “Maggiore” della ‘ndrangheta di San Luca, ucciso a Bianco il 19 marzo del 1995. Femia, legato alle cosche di San Luca ma da decenni trapiantato nella capitale, morì in un agguato a Trigoria. I Sebbene i parenti smentiscano questi legami. Dietro l'omicidio potrebbe nascondersi il progetto criminale per l'apertura di una nuova cellula 'locale' della 'ndrangheta a Roma alla quale la vittima si sarebbe opposta; se non una faida o peggio una guerra di mafia. Ma Roma ha…”sfornato” 35 omicidi nel 2011 e 20, nel 2012

ROMA, MA IL MAMMASANTISSIMA DELLA ‘NDRANGHETA “DON VINCENZO” FEMIA PRETENDEVA IL TITOLO DI CAPO DEI CAPI DELLA PROVINCIA DEL LAZIO?

Cretarola, 31enne, (a lui, gli investigatori della squadra mobile sono giunti con intercettazioni e pedinamenti, esaminando i tabulati del suo cellulare), nasce a Sanremo da madre calebrese, quindi si trasferisce a Roma, dove si stabilisce in un appartamento in via Palmiro Togliatti, dove e' stato arrestato. “Tutto lascia ipotizzare che ci sia una forte e radicata presenza della 'ndrangheta sul territorio''. E' l'ipotesi del capo della Squadra Mobile di Roma, Renato Cortese, che ha cosi' commentato con i giornalisti l'arresto di uno dei killer del boss calabro, Vincenzo Femia, ucciso lo scorso gennaio nella Capitale
Domenico Salvatore

ROMA-Il delitto Femia è stato paragonato ad una scossa di terremoto del decimo grado della Scala Richter, ma la notizia, dopo l’iniziale scroscio, è stata “ghettizzata” dai mass media; quasi snobbata. “Don Vincenzo”, (era figlio del boss storico e narcotrafficante “don Antonio” Femia, ucciso nel 1994, riciclatore di ingenti somme di denaro sporco proveniente dalla vendita di eroina e cocaina acquistando boutique, enoteche, salumerie, mobilifici e depositi di elettrodomestici), sposato con Annunziatina Nirta, figlia del defunto Giuseppe Nirta e risiedeva da molti anni a Roma, nel quartiere di Montespaccato ed era sorvegliato speciale; nel fascicolo personale figurano precedenti per associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti, tentato omicidio e armi; era un referente romano della 'ndrangheta ed affiliato allo storico, potente e ricco clan dei Nirta di San Luca, terra di faide. Bruno Nirta, figlio del patriarca don Ciccio, venne ucciso nel 1988; pagò le conseguenze con la vita, Domenico Musitano, assassinato davanti al tribunale di Reggio Calabria. Vincenzo Femia era imparentato con Giuseppe Nirta, l’anziano patriarca ucciso a Bianco ad 82 anni con cinque colpi di P 38 al volto, alle cinque del pomeriggio del 19 marzo 1995; era stato condannato nel processo “Aspromonte” La vittima, era imparentata con i padrini storici della ‘ndrangheta di San Luca: Antonio, Francesco, Giuseppe, Sebastiano, Domenico Nirta e così via, intesi “Scalzone” compiuta da altri, che non hanno niente a che vedere con la “Strage di Duisburg” in cui persero la vita:Tommaso Venturi, 18 anni, Francesco e Marco Pergola di 22 e 20 anni, Francesco Giorgi, 17 anni, Marco Marmo, 25 anni, e Sebastiano Strangio di 39 anni.  Per una delle tante faide; quella sanguinaria, cominciata il 14 febbraio del 1991, quando scattò l’agguato, che fece due morti e due feriti Vittime:Francesco Strangio, 20 anni, e Domenico Nirta, 19. Giovanni Luca Nirta e il fratello Sebastiano, invece, pure colpiti, riuscirono a sopravvivere Il 25 dicembre del2006, Maria Strangio venne uccisa a colpi di kalashnikov sotto casa, a San Luca. All’età di 33 anni. Nella sparatoria rimasero ferite altre tre persone: Francesco Colorisi, 23 anni, Francesco Nirta, 32 anni, e un bambino di 5 anni.  Poi, Giuseppe Vottari e Vincenzo Puglisi, Antonio Strangio e Giuseppe Pilia, Antonio Giorgi…Omicidio di Salvatore FAVASULI, Omicidio di Antonio GIORGI, Omicidio di Bruno PIZZATA,Tentato Omicidio di Emanuele BIVIERA, Omicidio di Rocco ALOISI, Omicidio di Antonio GIORGI, Omicidio di Giuseppe CAMPISI… il ferimento di ‘Cicciu ‘ U Pakistan, alias Francesco Pelle, alleato dei Vottari, “la strage di Natale”, del 25 dicembre 2006, con la morte di Maria Strangio ‘Janchi’. Il procuratore aggiunto della DDA, Nicola Gratteri, che insieme allo scrittore e giornalista Antonio Nicaso, ha scritto una collana di saggi illuminanti sul fenomeno mafioso calabrese, ha detto più volte in conferenza stampa, che i Nirta, fossero presenti nel panorama mafioso già negli Anni Settanta del XIX° secolo; se non del XVIII°. Una bella gatta da pelare per il procuratore capo della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone e per il capo della Squadra Mobile romana, Renato Cortese, se non per il questore Fulvio della Rocca, che comunque sono sulla notizia e vogliono vederci chiaro e meglio. Per questo, hanno già scatenato gli uomini migliori in zona ed in Calabria. San Luca torna ad essere l’ombelico del mondo della criminalità organizzata. Le domande si susseguono a ritmo frenetico. Un erroraccio della ‘ndrangheta, faida, guerra di mafia o sconfinamento non autorizzato e perfino un nuovo caso Carmi”Nuzzu” Novella? Sebbene l’omicidio di un padrino del calibro di “don Vincenzo” Femia, genero dei Nirta, uno dei patriarchi della ‘ndrangheta di San Luca, della ‘stirpe mafiosa’ per eccellenza, caduto in una agguato di mafia, venne trovato morto in via della Castelluccia di San Paolo, nella periferia della Capitale, all’interno della propria autovettura, una Matiz, ucciso con undici colpi di pistola   calibro 9 e di un revolver P38 o 357 magnum sparati a distanza ravvicinata, non potesse passare inosservato; né poteva essere indolore. Gli uomini di Renato Cortese, sono comunque ancora al lavoro per individuare il secondo killer, se non il terzo perché di un’esecuzione vera e propria, si è trattato. Non può passare in secondo ordine tuttavia il lavoro investigativo degli organi inquirenti, che sulla vicenda stanno facendo chiarezza. Molto dipende dal sicario Gianni Cretarola, il sorvegliato speciale, sottoposto a stringenti interrogatori; snidato dagli specialisti romani dello SCO, che sono riusciti ad individuare l’assassino, grazie al telefonino cellulare. L’obiettivo è di arrivare ai mandanti del delitto. Sebbene il sottobosco della criminalità organizzata non sia lo habitat naturale della cultura della collaborazione. Anzi, per dirla tutta è, casomai, il brodo di coltura dell’omertà, quell’odiosa pratica, che cuce le bocche a doppia mandata per paura di rappresaglie e di reazioni inconsulte, comunque di vendette anche trasversali. Ma all’Onorata Società, mamma della ‘ndrangheta, le città più grosse, erano appetibili da sempre. Il padrino “don Antonio” Femia & company, fecero affari d’oro già negli Anni Trenta, Quaranta e Cinquanta. Probabilmente, fu il primo trafficante che ha importato cocaina in Italia. “Arrotondava” con  l' attivita' di mediatore per favorire l' immigrazione clandestina dai porti di Napoli e Bari verso gli Stati Uniti. Per la modica cifra di 10-15 milioni a cranio.

I lanci o flash dell’Agenzia Ansa, e delle altre agenzie quotidiane, sono davvero preziosi ed integrano in maniera illuminante il lavoro dei cronisti…”La nascita di una nuova cellula di 'ndrine a Roma, il rischio di infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti pubblici a Ostia e una svolta inquietante dopo le indagini sull'omicidio di un boss calabrese. E' un mostro a piu' teste quello che spaventa la Capitale e contro il quale investigatori e istituzioni lanciano un grido d'allarme. Ma oggi sono stati anche segnati risultati importanti nella guerra alla criminalita' organizzata a Roma. Durante un blitz negli uffici del X Municipio di Roma a Ostia, sul litorale, i carabinieri e la capitaneria di Porto hanno sequestrato atti e documenti sugli appalti e sulla gestione del demanio marittimo. Tra il personale del municipio ci sono almeno quattro indagati e tra le accuse c'e' l'abuso di atti d'ufficio. L'operazione e' avvenuta a poche ore dal provvedimento di ieri, del sindaco Ignazio Marino, che aveva rimosso dall'incarico il direttore dell'ufficio tecnico e un altro impiegato dopo i sospetti di infiltrazioni malavitose, in particolare del clan Spada. E sempre ieri, nella notte, proprio un esponente degli Spada era stato gambizzato in una sanguinosa rissa. Due gruppi criminali si erano fronteggiati e due pregiudicati erano finiti in prognosi dopo esser stati accoltellati. I carabinieri avevano poi arrestato tre persone. ''Sono soddisfatto delle indagini che le forze dell'ordine stanno portando avanti per fare piena luce e riportare la legalita' nel Municipio X'', ha commentato Marino. ''Negli ultimi anni il litorale romano - ha spiegato il Sindaco - e' diventato terreno fertile per attivita' malavitose, teatro di scontri sanguinosi tra clan e bande criminali che mirano a controllare pezzi importanti dell'economia della citta'''. Ma l'allarme arriva anche dalla Calabria. Secondo gli investigatori e' proprio da li' che il killer del boss della 'ndrangheta, Vincenzo Femia, potrebbe aver ricevuto l'ordine di uccidere. Gianni Cretarola, 31 anni, e' stato arrestato oggi dalla Squadra Mobile di Roma con l'accusa di essere uno degli esecutori materiali dell'omicidio di Femia nello scorso gennaio. Il boss, legato alle cosche calabresi di San Luca, ma da decenni trapiantato nella capitale, venne massacrato in un agguato a Trigoria, alla periferia sud di Roma. A sparare furono almeno due persone. E dietro quell'esecuzione potrebbe nascondersi il progetto criminale per l'apertura di una nuova 'locale' della 'ndrangheta a Roma. Alla quale la vittima si sarebbe opposto. La 'locale' della 'ndrangheta e' una sorta di cellula organizzativa composta da varie 'ndrine in un territorio, equiparabile al 'mandamento' di Cosa nostra. Per questo, secondo l'ipotesi del capo della Squadra Mobile Renato Cortese ''tutto lascia ipotizzare che ci sia una forte e radicata presenza della 'ndrangheta sul territorio''. Gianni Cretarola, di madre calabrese, lavorava come personal trainer e in passato si era gia' macchiato di omicidio. Nel 2006 Cretarola aveva ucciso un suo coetaneo, poi in carcere aveva accoltellato un detenuto straniero ed e' proprio in prigione, secondo gli investigatori, che sarebbero cominciati i suoi collegamenti con la 'ndrangheta. Il giovane, uscito nel 2010, era sottoposto alla misura di sorvegliato speciale e piu' volte era stato in Calabria. Tutti episodi che secondo gli investigatori alimentano l'ipotesi che Cretarola possa essere stato una sorta di 'emissario' di una cosca calabrese. “. Non concordiamo con le ipotesi frettolose e fuori dal contesto storico, avanzate allora ed anche ora, sulla causale o movente dell’omicidio, ma soprattutto sulla presenza “casuale” della ‘ndrangheta nella Capitale ed in senso lato, nel Lazio. Nemmeno i più sprovveduti cronisti, potrebbero  pensare e scrivere, che la ‘ndrangheta abbia snobbato, proprio la Capitale d’Italia per dedicare l’espansione ad altre città.

Le notizie ben precise esaustive ed esaurienti, le offre anche Nicola Gratteri (ed Antonio Nicaso, nell’opera letteraria”Fratelli di sangue” ) sui libri, nei convegni ed in conferenza stampa, ma soprattutto, le offrono i mass-media stessi, che in passato hanno scritto pagine e pagine sull’argomento. Per esempio “i due dell’Apocalisse”, parlano della presenza a Roma negli Anni Sessanta e Settanta della’ndrina dei D’Agostino di Canolo, con influenza su Ardore, Ciminà e Sant’Ilario dello Jonio. Capostipite “don Nicola”, sindaco di Canolo negli Anni Cinquanta, spedito al confino dal questore di Reggio Calabria, Carmelo Marzano. A dare lustro al casato di mafia, con un ricco traffico di armi, stupefacenti e brillanti, finanziati con i sequestri di persona, fu il figlio Antonio D’Agostino, amicizie importanti, come quella del padrino di Cosa Nostra, Frank Coppola “Tre dita”, che nella Capitale entrò in contatto pure con la destra eversiva; confidente del giudice Vittorio Occorsio. Antonio D’Agostino, scrive Gratteri, fu ucciso il 2 novembre del 1976. Davanti all' American Palace di via Archimede. Per questo delitto venne condannato all’ergastolo un altro mammasantissima della ‘ndrangheta,  Domenico Papalia di Platì, esponente di primo piano del ben noto clan di ‘ndrangheta, trapiantato a Buccinasco (MI), braccio destro del mammasantissima della ‘ndrangheta “don Paolo” De Stefano, il boss che curò la latitanza di Franco Freda, imputato per la strage di piazza Fontana.  Papalia con i suoi fratelli, Rocco e Antonio, ha subito il più imponente sequestro di beni nel 1993: 150 miliardi del vecchio conio. .L’unico che riuscì a farsi revisionare un processo, dopo la sentenza della corte di Cassazione. Intimidì pure il senatore del Pds Ferdinando Imposimato. Di lui, ne parlò pure il collaboratore di giustizia Cesare Polifroni, originario di Ciminà e residente a Torino, dopo l’arresto, mentre era in compagnia della cugina del narcotrafficante Pablo Escobar. Polifropni raccontò di incontri fra D’Agostino e Gheddafi, presso la gioielleria Bulgari. Sullo sfondo di un colpo di Stato e la separazione della Calabria e della Sicilia. Il super-pentito della ‘ndrangheta Saverio Morabito, disse che a deciderlo fosse stato ‘don Antonio” Nirta, inteso “du’ nashj”. Il collaborante Saverio Morabito, il pentito della ' ndrangheta che con le sue confessioni ha fatto scattare un blitz “Nord-Sud” da quasi 200 arresti, disse pure che il boss Antonio Nirta fosse stato infiltrato nelle Brigate Rosse e che avesse partecipato al sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Lo aveva saputo, disse, da Paolo Sergi e Domenico Papalia. Il pentito di Cosa Nostra, Vincenzo Calcara, racconto' che l' esplosivo per la strage di Capaci, fosse stato fornito dai calabresi di San Luca. Ad Antonio D’Agostino, successe, Domenico D’Agostino, invischiato nella Strage di Razzà di Taurianova. Parte integrante del cartello Commisso, Cordì, Ursino, Aquino, D’Agostino, che aveva come obiettivo l’acquisto di ingenti partite di droga. L’operazione della DDA “Zagara” aveva chiarito pure l’esistenza di un altro cartello di mafia,  di cui facevano parte Giuseppe Morabito e le famiglie di Africo, Giuseppe Nirta, in rappresentanza delle famiglie di San Luca, Gallo e Garreffa di Ardore Marina, Giuseppe Cataldo di Locri, fratelli Mazzaferro di Marina di Gioiosa. Chi ha ucciso il padrino Vincenzo Femia, deve aver ricevuto un placet grosso così. Della “Provincia”, per esempio, il massimo organo di autogoverno della ‘ndrangheta planetaria. Per i pezzi da novanta serve il permesso del capo crimine, questo è codice della ‘ndrangheta. Anche lì, c’è l’ammonizione, la diffida, la sorveglianza speciale, il soggiorno obbligato, le zaccagnate, il tartaro, il processo davanti al tribunale della ‘ndrangheta e così via. Il cappotto di legno o l’utri ca’ fossa, sono inappellabili. Arrivano per alto tradimento o per uno sgarro inconciliabile. Le forze di polizia devono interpretare i vari “segnali di fumo”.

Con l’ausilio delle investigazioni tradizionali, sulla base dei curriculum vitae o pedigree criminale; la collaborazione dei pentiti; dei delatori; l’utilizzo delle moderne tecnologie; gli errori clamorosi dell’avversario, rivale o criminale. Non c’entra niente con questa vicenda, ma non può passare inosservato, che il 15 luglio 2013, i  carabinieri di Asti, ad un normale posto di blocco sull’autostrada Torino-Piacenza,  abbiano sequestrato, nei pressi del casello di Asti Est, un furgone che conteneva un vero e proprio arsenale: sul mezzo  guidato dai fratelli vibonesi Angelo e Nazzareno Sambè, di 36 e 43 anni, che si sospetta dovessero fare una consegna per conto della criminalità organizzata, sono stati trovati 20 fucili e 13 pistole, con le relative munizioni. Una domanda  ci sembra lecita:a quale clan di ‘ndrangheta serviva quel micidiale arsenale, utile solo per seminare dolore, angoscia, sangue, morte e rovina, vedove, orfani, galera, ospedale, cimitero. Ma Roma ed il Lazio, si sono rivelati da sempre il vero eldorado della mafia; anzi delle mafie. Figurarsi se la ‘ndrangheta si sarebbe lasciato  sfuggire la clamorosa occasione. La cronaca asettica ed impersonale, ci ha sempre segnalato e detto di tutto e di più. A parte…il noto locale Cafè de Paris, simbolo della dolce vita romana, il lussuosissimo ristorante George, il ristorante Federico I, nonché numerosi altri locali e società, beni mobili ed immobili per un valore di oltre 250 milioni di euro, tutti beni ritenuti riconducibili ad Alvaro Vincenzo…Solo una coincidenza che il 13 luglio 2013, la Guardia di Finanza abbia arrestato, nei giorni scorsi, Francesco Nirta, 25 anni, considerato vicino a esponenti delle cosche della ‘ndrangheta dei Nirta e dei Mammoliti, ricercato per traffico di droga. Nirta e’ stato individuato dal Gico delle Fiamme Gialle alla stazione Termini di Roma e bloccato su un treno per Reggio Calabria. Non era uno studente iscritto ad Architettura a Messina e che stava tornando a casa per le vacanze estive.  il Mercato Ortofrutticolo di Fondi, il maggiore del meridione, tra i più grandi d’Europa, dispensa di primizie per Roma, era in mano a un consorzio criminale tra famiglie di ‘Ndrangheta reggine e i clan dei Casalesi; coinvolgendo imprenditori dell’agro Pontino e politici PdL come l’assessore comunale ai lavori pubblici Riccardo Izzi,

La ‘ndrangheta è segnalata a: Anzio, Civitavecchia, Fondi, Formia, Gaeta, Nettuno, Roma e Provincia di Roma, Pontinia Terracina. Settori interessati:Ristorazione, smaltimento rifiuti, gioco d'azzardo, usura, estorsioni, attività imprenditoriale nel settore videogiochi, traffico di cocaina. Sono stati segnalati a Roma i seguenti clan: - Pelle - Vottari - Romeo (clan della ndrangheta, originari di San Luca, in provincia di Reggio Calabria) - Giorgi - Romano - Nirta - Strangio (clan della ndrangheta- Giorgi - Romano- Nirta - Strangio (clan della ndrangheta, originari di San Luca, in provincia di Reggio Calabria)E ancora: Avignone, Barbaro, Bellocco, Condello, Farao, Gallace, Mollica, Iamonte, Marincola, Metastasio, Novella, Pesce, Piromalli, Pisano, Ruga, Tripodo, Viola, Zagari. fonti: La penisola dei mafiosi (2008), Dda. La presenza della 'Ndrangheta nel Lazio, fonte Wikipedia,  può datarsi anche 1970. Il pentito Francesco Fonti, confessa anche coinvolgimenti a Roma per la ricerca di Aldo Moro quando fu sequestrato dalle Br e contatti con la Banda della Magliana. Nel novembre 2005 viene sciolto il primo comune laziale: Nettuno, per l'infiltrazione dei Gallace, ora sotto processo Appia. Il 7 novembre 2012 da una inchiesta della DDA di Catanzaro emerge il presunto coinvolgimento della cosca Mancuso per la messa in opera a Roma della rete di fibre ottiche per internet e del coinvolgimento con Paolo Coraci fondatore di una loggia massonica che avrebbe chiesto il sostegno elettorale per D'Ambrosio in cambio di appalti nel Lazio, Lombardia e Veneto

Secondo una mappa del 2012 del quotidiano Repubblica nella città di Roma i Morabito-Bruzzaniti-Palamara, gli Speranza e gli Scriva controllano Flaminio e zona Nord, i Marando, i Sergi e i Gallace San Basilio, gli Alvaro, i Gallico e i Pelle il Centro, Prati, San Giovanni e i Parioli, gli Ierinò Borghesiana, i Gallace e gli Alvaro infine si trovano nuovamente a Tor Bella Monaca. Domenico Salvatore