» » » » » » » » Bova (RC), La grandezza di Edward Lear, vive anche in un prezioso libro di Franco Tuscano

“Edward Lear e la Bovesia”, presentato in pompa magna a “palazzo Marzano” sede del Comune. Presenti anche i rappresentanti delle Pro Loco di Condofuri e Brancaleone, Valle dell’Amendolea, Associazione culturale “Preziosa Zavettieri”, Comitato Civico Pro Condofuri. Ha relazionato il luogotenente, cavaliere Cosimo Sframeli, comandante della stazione principale di Reggio Calabria, scrittore e giornalista. Al tavolo, il sindaco Santo Casile, che ha rivolto un saluto ai convegnisti; il vicesindaco Gianfranco Marino, che ha moderato i lavori; il consigliere provinciale, Pierpaolo Zavettieri e Natale Zappalà, storico. Nel dibattito, è intervenuta pure Daniela Ferraro, poetessa locrese e la professoressa, Franca Tuscano

BOVA (RC), PRESENTATA L’OPERA PRIMA, DEL DOTTOR FRANCO TUSCANO, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE GRECANICA ‘PALEO COSMO’ 

Il lavoro  letterario, è stato sponsorizzato dalle associazioni  grecaniche ‘Paleo Cosmo’ e ‘I Chora’ e patrocinato dal comune di Bova. Hanno presenziato pure il capitano Gennaro Cascone, comandante della compagnia dei Carabinieri di Melito Porto Salvo ed il vicecomandante della locale stazione Ivana Mortelliti ed il dottor Antonio Panzarella, docente di Scenografia Accademia di Belle Arti di Roma.  Ricordata tra le pieghe del convegno, anche la figura leggendaria di Gerhard Rholfs. Le origini di Bova affondano nella notte dei tempi. Il primo vescovo, sarebbe stato ordinato nel I° secolo da Santo Stefano di Nicea Vescovo di Reggio, e seguì il rito greco introdotto in Calabria dai monaci basiliani fino al 1572, anno in cui l'Arcivescovo Cipriota Stauriano impose il rito latino
Domenico Salvatore

BOVA (Reggio Calabria)-Da una quarantina di anni frequentiamo Bova l’Eterna e non ci stanchiamo mai di ammirarla nel suo splendore architettonico, storico, geografico, culturale, sociale e morale. Una miniera d’oro, incuneata nell’Aspromonte. Un balcone sullo Jonio. Un angolo di paradiso. Negli ‘Anni Settanta’, un personaggio della cultura, di cui in questo momento ci sfugge il nome, ma ve lo proporremo appena l’ippocampo, ci darà disco verde (“Memoria minuitur, nisi eam exerceas”), nel corso di un incontro-convegno, ci confidò una… “bufala”. All’incirca, suonava così:”…Bova secondo me, ci disse, è la vera capitale della cultura calabrese. Forse nemmeno gli stesso ‘Boviciani’ lo sanno. Alcuni tesori, sono stati scoperti, altri preannunciati, ma il grosso “dorme”. Forse qualcuno, un giorno, li tirerà fuori. Mi auguro, che la cultura cosiddetta ufficiale, riesca ad intuire e farsi carico”. A dire il vero i sindaci che abbiamo conosciuto: Pasquale Foti, Carmelo Nucera, Leo Autelitano, Andrea Casile e Santo Casile, hanno fatto della cultura il centro motore. Da allora, ne siamo testimoni oculari, molti altri tesori, sono stati tirati fuori. Per come si legge sul sito del Comune…Tipo, il Museo Civico di Paleontologia e Scienze Naturali dell’Aspromonte (Via delle Rimembranze – 89033 – Bova Tel. 0965/762013 – 762069 Fax 0965/762010). ”Dove siamo...Allestito nella sede della vecchia Pretura, il centro museale  di  Paleontologia di Bova vuol essere  un  interessante punto  di riferimento  per ricercatori  ed appassionati del settore perché in grado di offrire un abbondante e apprezzato materiale di studio, specifico della Calabria e di Reggio in particolare. I nostri obiettivi...Offrire ai giovani una valida opportunità affinché siano consapevoli che la realtà odierna passa attraverso la piena conoscenza del territorio, la sua formazione, la sua evoluzione,  il  suo  assetto  e  le  sue  risorse e possano  quindi trarne motivi di ispirazione per il loro futuro, orientandosi verso concrete possibilità operative. Consulente Scientifico Prof. Crucitti Renato. 

Bova si eleva su di un cocuzzolo roccioso dell’Aspromonte orientale, in vista del Mare Jonio. Si trova a 14 km dalla SS. 106 e da Bova Marina. È certamente il centro della grecità più significativo (insieme con Gallicianò di Condofuri, Roccaforte del Greco e Roghudi costituisce la cosiddetta comunità grecanica). La storia di Bova, antichissima sede vescovile, testimoniata ampiamente, tra l’altro, dai monumenti tuttora esistenti, è la più illustre del circondario. In cima al paese ci sono consistenti ruderi del castello normanno (secc. X-XI). Al di sotto del maniero, scendendo verso valle si snoda un eccezionale patrimonio costituito da case, palazzi nobiliari, tetti di cotto a distesa, chiese monumentali, vicoli, piazzette. La cattedrale custodisce una statua in marmo della Madonna col Bambino di Rinaldo Bonanno. La chiesa di S. Leo ospita una statua del santo in marmo, del 1582, oltre il ricco reliquario e vari arredi sacri di un certo interesse. La chiesa di S. Caterina, in abbandono e chiusa al culto, ha un notevole portale in pietra di stile rinascimentale e all’interno stucchi superstiti. Anche la chiesa dell’Immacolata possiede un portale in pietra di non trascurabile interesse e iscrizioni e stemmi. Inoltre sono da menzionare la Cappella Mesiani (sec. XVII), la chiesa dello Spirito Santo e la chiesa di S. Rocco (sec. XV).Tra le costruzioni civili sono da ricordare almeno il palazzo Mesiani e il palazzo Nesci. Come tutti i paesi di montagna Bova, fonte Area dello Stretto, ha registrato sensibili continue diminuzioni dei suoi abitanti. Ciò nonostante, questa comunità lotta da anni per salvare la sua identità e il suo patrimonio culturale.

Numero di abitanti: 461”. Il sindaco Santo Casile, ci ha parlato nel suo ‘gabinetto’, della strada di scorrimento veloce o bretella rapida. Il tallone di achille di Bova infatti è proprio la comunicazione. Qualcosa si è fatto rispetto all’antico tracciato dall’altra parte della sponda, ma altro c’è da fare. Se il comune ‘fratello’ di Bova Marina, costola del primo, ci senta. Intanto, c’è questo finanziamento, finalizzato alla sistemazione ed allargamento dei primi due chilometri. Ma prima di immergerci nella storia di Bova e di Gerhard Rohlfs, vista da Wikipedia, ci sembra doveroso parlare un attimino del libro di Domenico Francesco Tuscano, ‘Franco’ per gli amici, la ragione per cui questa sera, siamo qui a Bova. Il dottor Franco Tuscano, laurea in Lingua e Letteratura straniera (al suo attivo anche un master con 110 & lode  sul tema: “Lingua, Cultura, Storia e Società delle minoranze grecofone nell’area jonica della provincia di Reggio Calabria” è alla sua prima opera letteraria. Abbiamo notizia che il professionista stia lavorando ad un secondo più corposo libro, che dovrebbe uscire a fine anno. Ha introdotto i lavori il sindaco Santo Casile che ha rivolto un saluto ai convegnisti ed i complimenti all’autore. Poi la palla al balzo è passata nelle mani del vicesindaco, Gianfranco Marino, che ha moderato i lavori.

Presenti anche i rappresentanti delle Pro Loco di Condofuri e Brancaleone, Valle dell’Amendolea, Associazione culturale “Preziosa Zavettieri”, Comitato Civico Pro Condofuri. Ha relazionato il luogotenente, cavaliere Cosimo Sframeli, comandante della stazione principale di Reggio Calabria, scrittore e giornalista. Al tavolo anche, il consigliere provinciale, Pierpaolo Zavettieri e Natale Zappalà. Nel dibattito, è intervenuta pure Daniela Ferraro, poetessa locrese, che presenterà un suo libro di poesia a Bovalino e la professoressa, Franca Tuscano già presidentessa del ‘Circolo Grecanico Paleo Cosmo’. A parte il dottor Antonio Panzarella,  docente di Scenografia Accademia di Belle Arti di Roma. Quel volpacchiotto di Gianfranco Marino, talento nascosto, riesce a mimetizzarsi da nocchiero navigato. Non solo, ma lascia agli altri, una vetrina che gli competerebbe, per qualità e quantità; non è eccesso di altruismo o di opportunità…Reddite quae sunt caesaris caesari et quae sunt dèi deo. Lancia, modera, controlla, limita, mitiga, deda ed allevia a seconda delle circostanze. Fermo e deciso ma anche armonico. I risultati sono davvero splendidi. È noto urbi et orbi, che gli oratori vadano a ruota libera ed a briglia sciolta, vittime ignare ed inconsapevoli delle ricercatezze verbalistiche, ma non chiamatele ‘nascisistiche’.

Sebbene qualcheduno abbia detto…melius abundare quam deficere. Tuttavia nella fattispecie, il giornalista Marino, ha controllato meglio di Cerbero e tutto è filato liscio come l’olio. Il complimento non è strumentale o demagogico, ma conquistato sul campo, a ragion veduta, sul piano oggettivo. Gli oratori, si chiamassero Pierpaolo Zavettieri, Natale Zappalà o Daniela Ferraro, hanno avuto l’occasione di cavarsela alla grande. Senza nulla togliere al luogotenente Cosimo Sframeli, comandante della stazione principale del Comando Provinciale dei Carabinieri, cavaliere della Repubblica, medaglia d’oro al valor civile, scrittore e giornalista, che ha svolto un’attenta, esaustiva ed esauriente relazione sul brigantaggio; quella forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione, ma che ha avuto, in altre circostanze, risvolti insurrezionalisti a sfondo politico e sociale. Bande armate presenti nel Mezzogiorno fra la fine del XVIII secolo e il primo decennio successivo alla proclamazione del Regno d'Italia. Come persone la cui attività è fuorilegge aveva come causa di fondo la miseria Si inizia a parlare di brigantaggio già nell'antica Roma Giulio Cesare affidò nel 35 a.C. al pretore Gaio Calvisio Sabino il compito di combattere con decisione il brigantaggio che infestava durante il suo impero.

Nel 26 a.C., Ottaviano Augusto combatté le rivolte brigantesche in Spagna dove agiva Corocotta, un legittimista della Cantabria, mentre Tiberio deportò 4.000 ebrei in Sardegna per combattere i ribelli, nel timore che queste bande potessero tramutarsi in insorgenze istigate da rivali politi In età medievale il brigantaggio si sviluppò in particolar modo nell'Italia centro settentrionale In età moderna proliferarono gruppi di fuorilegge composti, particolarmente, da soldati mercenari sbandati, contadini ridotti alla fame e pastori che si diedero alla macchia rubando capi di bestiame ai latifondisti. Alle attività di brigantaggio parteciparono anche preti di campagna, simboli di un malcontento e di un malessere molto diffusi nel clero rurale, che andarono ad ingrossare le file dei banditi Ancor prima dell'invasione francese nel Regno di Napoli, nei territori del regno borbonico vi furono episodi di brigantaggio. È il caso di Angelo Duca (noto come Angiolillo) che si distinse con azioni di banditismo tra Campania, Puglia e soprattutto in Basilicata, impiccato nel 1784 a Salerno. Il brigantaggio si contrappose prima alle milizie civiche, armate dai notabili e dai possidenti meridionali, che più ebbero a soffrire della stagione di violenze e poi all'esercito italiano, generalmente indicato come 'piemontese'.

Questo scriveva F.S Sipari di Pescasseroli ai censurari del Tavoliere (Foggia 1863) "Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino, fonte cronologia.leonardo.it, non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d'uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall'usura del proprietario o dall'imposta del comune e dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, nè vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta (farro), segale omelgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra matrigna a chi l'ama. Il contadino robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell'aria, con sedici ore di fatica, riarso dal sollione, eivolta a punta di vanga due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di lavoro, e quando non piobe, e non nevica e non annebbia. Con questi ottanticinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre, spesso invalido dalla fatica già passata, e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle, la moglie e una nidiata di figli. Se gli mancano per più giorni gli ottantacinque centesimi, il contadino, non possedendo nulla, nemmeno il credito, non avendo da portare nulla all'usuraio o al monte dei pegni, allora (oh, io mentisco!) vende la merce umana.; esausto l'infame mercato, pigli il fucile e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra, e mangia.

Il cavaliere Sframeli tenta di esporre un po’ di storia sul brigantaggio tracciando, in linea con Wikipedia, la figura di “Peppi Musolinu, che non è stato un vero e proprio brigante, ma il tempo a sua disposizione non era congruo, per cui ha dovuto…”tagliare”, incalzato anche dal moderatore… “Giuseppe Musolino, conosciuto come U re dell'Asprumunti (il Re dell'Aspromonte), o meglio ancora come il brigante Musolino (Santo Stefano in Aspromonte, 24 settembre 1876 – Reggio Calabria, 22 gennaio 1956), è stato un brigante italiano. Taglialegna di mestiere, la sua storia inizia il 28 ottobre 1897 quando scoppia una rissa rusticana nell'osteria della Frasca, a Santo Stefano in Aspromonte per una partita di nocciole: da un lato Musolino e Antonio Filastò, dall'altro i fratelli Vincenzo e Stefano Zoccali, oltre un loro compagno. Una rissa come tante: ma, il giorno dopo, qualcuno spara a Vincenzo Zoccali, in una stalla, (dove viene trovato il berretto di Musolino), che viene mancato per un soffio, ma rimane ferito. Intervengono i carabinieri che arrestano il Filastò ed un tale Nicola Travia. Bussano alla casa di Musolino. Non lo trovano, poiché è scappato. Di lì a sei mesi Musolino è arrestato dalla guardia municipale Alessio Chirico, e tradotto a Reggio Calabria è processato per tentato omicidio. Primo processo. Il 24 settembre 1898 al processo davanti alla Corte d'Assise di Reggio Calabria, nonostante le prove portate da Musolino non furono smentite le false testimonianze di Rocco Zoccali e Stefano Crea, che affermarono di averlo sentito adirato per il bersaglio fallito. Il 28 settembre la sentenza fu di 21 anni di carcere.

Musolino ebbe sicuramente contatti con alcune famiglie della malavita organizzata durante la sua vita. Fu grazie al loro aiuto che riuscì ad evadere dal carcere di Gerace, e sicuramente grazie alla loro collaborazione riuscì anche a ricevere aiuti durante la sua latitanza. È certo però che lui non facesse parte di organizzazioni criminose o avesse mai partecipato ad attività legate ad esse come si può riscontrare da sue testimonianze dell'epoca Il brigante vendette anche al Corriere della Sera alcuni suoi componimenti poetici, pubblicati nell'articolo: Una lettera di Musolino del 22-23 gennaio 1902. Quando Musolino fu arrestato, Giovanni Pascoli gli dedica un'ode dal titolo: “Musolino”, incompiuta.  In provincia di Reggio Calabria il brigantaggio era pressocchè inesistente. Nel 1861 nel territorio di Platì vi fu un violento scontro tra i briganti di Ferdinando Mittica ex ufficiale dell’esercito borbonico associato agli irregolari di José Borjés, e i piemontesi con la vittoria di quest'ultimi.Nelle pieghe del dibattito è stato tirato in ballo spesso e volentieri, il nome di Gerhard Rohlfs, famoso personaggio della cultura. Gerhard Rohlfs (Berlino, 14 luglio 1892 – Tubinga, 12 settembre 1986) è stato un filologo, linguista e glottologo tedesco. Fu docente di filologia romanza all'Università di Tubinga e all'Università di Monaco di Baviera. Umanista di vasta cultura e ampi interessi, fu soprannominato "l'archeologo delle parole". Studi e ricerche. Il suo debutto negli studi linguistici avvenne sotto la guida di Karl Jaberg e Jakob Jud, da cui ricevette l'incarico di un ampio studio sui dialetti dell'Italia Meridionale, che lo portò alla laurea con una tesi dal titolo Griechen und Romanen in Unteritalien (pubblicata nel 1924).

"La fortuna di Rohlfs è legata ai suoi viaggi diretti verso "le fonti delle lingue romanze"; ed i viaggi hanno avuto uno speciale ruolo nei suoi studi. Egli ha ereditato dall'Ottocento il concetto dell'italienische Reise (it.:Viaggio in Italia) e si è dimostrato il migliore erede di Goethe nel suo approccio multidirezionale alla realtà italiana [...]".. Le sue foto sono davvero una miniera per tutti gli studiosi di cultura popolare. Ogni foto è corredata di relative informazioni tecniche quali apertura del diaframma, tempi di esposizione, ora della ripresa. Una delle località italiane che annovera il maggior numero di foto è Sperlinga dove Gerhard Rohlfs fece una ricerca sul dialetto galloitalico di Sicilia tra il 13 e 14 aprile del 1924.Si occupò di glottologia e linguistica delle lingue romanze e dei loro dialetti, principalmente di quelli appartenenti alle aree linguistiche dell'Italia meridionale, in particolar modo quelle dell'area calabro-lucana e salentina (dialetto calabrese, salentino, lucano e cilentano). In tale contesto si inserisce anche l'interesse per i dialetti gallo-italici di Basilicata, che per primo riconobbe nelle loro caratteristiche di Isola linguistica e ai quali dedicò due studi fondamentali nel 1931 e nel 1941Pubblicò due vocabolari completi del dialetto calabrese (Milano, 1938-1939) e di quello salentino (Monaco, 1956-1961).Fondamentale è poi la sua monumentale opera in tre volumi Historische Grammatik der italienischen Sprache und ihrer Mundarten. Lehnen, München, pubblicata negli anni 1949-1954 e tradotta in italiano da Einaudi negli anni 1966-1969, con il titolo Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti.

Si occupò estesamente della lingua grecanica, sostenendo la sorprendente tesi che i parlanti di quella lingua fossero discendenti dei coloni della Magna Grecia e contrapponendosi alla teoria di Giuseppe Morosi che ne affermava invece la discendenza bizantina, sulla scia dell'emigrazione greca dei secoli IX-XVI. Riconoscimenti e affiliazioni. Nel 1974 una giuria designata dal prof. Alessandro Faedo, rettore dell'Università di Pisa, gli assegnò il Premio Forte dei Marmi per la sezione Storia della Lingua Italiana. Fu socio straniero dell'Accademia della Crusca dal 1955 e dell'Accademia nazionale dei Lincei dal 1972. Il 14 luglio del 2002, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita, il comune di Badolato ha intitolato allo studioso la piazza antistante le scuole elementari.In Calabria Gerhard Rohlfs ha ricevuto la cittadinanza onoraria dei comuni di Bova (1966), Candidoni (1979), Tropea e Cosenza (1981) e gli è stata conferita il 13 aprile 1981 la laurea honoris causa in Lettere dall'Università della Calabria.In suo onore la città di Bova ha inoltre allestito da ottobre 2012 una mostra multimediale dal titolo “Calabria contadina nelle immagini di Gerhard Rohlfs”, a cura di Antonio Panzarella. La mostra è visitabile presso Palazzo Tuscano, “Centro visita del Parco Nazionale dell’Aspromonte”ed espone le fotografie scattate proprio dal filologo tedesco che,a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, si è recato più volte sul luogo per effettuare delle ricerche sul “dialetto greco-calabrese”.

La parte del leone tuttavia è toccata all’autore del libro, il dottor Franco Tuscano, che ha spiegato all’uditorio, le motivazioni che lo hanno spinto a pubblicarlo. Libro, dedicato alla mamma… nobile figura tratteggiata da Edmondo De Amicis con impareggiabile maestrìa…“Non sempre il tempo la beltà cancella/o la sfioran le lacrime e gli affanni/mia madre ha sessant’anni e più la guardo/e più mi sembra bella./Non ha un accento, un guardo, un riso/che non mi tocchi dolcemente il cuore./Ah se fossi pittore, farei tutta la vita/il suo ritratto./Vorrei ritrarla quando inchina il viso/perch’io le baci la sua treccia bianca/e quando inferma e stanca,/nasconde il suo dolor sotto un sorriso./Ah se fosse un mio prego in cielo accolto/non chiederei al gran pittore d’Urbino/il pennello divino per coronar di gloria/il suo bel volto./Vorrei poter cangiar vita con vita,/darle tutto il vigor degli anni miei/Vorrei veder me vecchio e lei…/dal sacrificio mio ringiovanita!/”. C’è anche il tocco del mitico professore Filippo Violi, uno dei grecofoni più in vista, Violi ha toccato il tasto della ‘filoxenia’;l’ospitalità che presso i Greci era sacra ed ancora oggi, nella comunità grecanica, lo è. Per l’autore comunque il libro 0 un ‘0viaggio di ricerca, dove la guida è rappresentata dalla rievocazione di scenari di autentica bellezza, collocati in un preciso contesto storico( 1847). Il lavoro di Tuscano è estremamente positivo perché rivisita quel meraviglioso periodo. L’ira funesta del Tuscano si è abbattuta sui falsari ed ingannatori della Storia; sui mistificatori, ma anche sui bugiardi ed ignoranti.

Nel mirino,la storiografia ufficiale dei libri di testo. A proposito dei tanti eroi del Risorgimento, volutamente ignorati. “La lotta per l'affermazione dei principi di libertà d'uguaglianza e di tolleranza è stata lunga sofferta e drammatica, e per i calabresi, fonte www.comune.gerace.rc.it quella dei Martiri di Gerace è stata una tappa molto importante.I loro nomi:
Michele BELLO nato ad Siderno il 5/12/1822,
Pietro MAZZONI nato a Roccella il 21/2/1819,
Gaetano RUFFO nato a Ardore il 15/11/1822,
Domenico SALVADORI nato a Bianco il 24/12/1822,
Rocco VERDUCI nato a Caraffa del Bianco l'1/8/1824.
La loro età non superava i 28 anni quando furono fucilati per ordine del governo borbonico il 2 ottobre 1847 e i loro corpi furono gettati in una fossa comune detta "la lupa". Appartenevano a famiglie facoltose ed erano stati inviati a Napoli per frequentare gli studi universitari necessari per il loro brillante avvenire, verso il quale sembravano indirizzati. Nella città partenopea si nutrirono delle nuove idee liberali e patriottiche che ormai circolavano in Europa fra gli strati della borghesia illuminata,  e per la loro vivacità furono rimpatriati dalla locale gendarmeria.

Inoltre Michele Bello, Gaetano Ruffo e Pietro Mazzoni erano massoni (i primi due iniziati nella Loggia "Losanna" di Napoli e il Mazzoni nell'"Umanità Liberale" di Catanzaro) portatori e testimoni di una morale che impone di essere tolleranti e rispettosi nei confronti di tutti gli uomini e della loro dignità. (I Martiri furono ispiratori di tutte le logge sorte nella Locride). In Calabria i giovani elaborarono un piano insurrezionale, insieme a G. Domenico Romeo di Reggio Calabria e approvato dal Comitato di Napoli, che prevedeva la sollevazione contemporanea di Messina, non avvenuta perché fallita sul nascere, di Reggio Calabria, soffocata nel sangue con la decapitazione di Romeo, e del Distretto di Gerace, per propagarsi poi in tutto il Regno. I Cinque si attivarono nell'ambito del Distretto e occuparono Bianco, Ardore, Siderno e Gioiosa Ionica al grido di W Pio IX, W l'Italia, W la Costituzione, abbatterono gli stemmi reali, abolirono la tassa sul macinato, catturarono il Sopraintendente di Gerace, il palermitano Antonio Bonafede, che si era distinto per l'odio e la ferocia dimostrati nella cattura e condanna dei Fratelli Bandiera, nella qualità di sottointendente di Crotone, tanto da costringere le autorità a trasferirlo proprio nella sede di Gerace; al Bonafede, costretto a seguire gli insorti, non fu fatta violenza, né ad altri.

Avuta notizia del fallimento dell'insurrezione di Reggio Calabria e di Messina, temendo uno sbarco delle truppe borboniche, i rivoltosi si dispersero. I capi, rimasti soli, furono costretti a trovare scampo nella fuga. Traditi da Nicola Ciccarelli di Caulonia, nella notte tra il 9 e il 10 settembre, furono arrestati Michele Bello, Rocco Verduci, Domenico Salvadori e Stefano Gemelli, che furono condotti in carcere a Gerace. Mazzone e Ruffo, che si erano separati dai compagni per dirigersi verso Catanzaro, in un primo momemto evitarono la cattura, successivamente ritornati nella Locride furono arrestati, il 21 settembre Ruffo vicino Siderno e il giorno dopo Mazzone nei pressi di Roccella Ionica. Fallito il moto rivoluzionario con l'arresto dei capi della rivolta, venne il momento della resa dei conti. Il Bonafede manifestò di nuovo tutta la sua ferocia: sollecitò la Commissione militare giudicatrice a concludere subito i lavori, fece da "testimone implacabile con cinismo sfacciato e con viltà d'animo di fronte a quei giovani che, con tanta generosità, gli avevano salvato la vita, che ora egli così malamente usava vomitando accuse contro di loro". Si attivò perché l'esecuzione fosse fatta in tempi brevi per non dare tempo al generale Nunziante inviato dal re a spegnere la rivolta di poter chiedere e ottenere la grazia sovrana, perseguitò dopo l'esecuzione anche i familiari e i compagni del moto con efferata determinazione, tanto da provocare un nuovo suo trasferimento.

Gli insorti furono condannati "per essersi macchiati di lesa maestà e per aver commesso atti prossimi all'esecuzione di detti misfatti" e furono fucilati il 2 ottobre 1847 sulla Piana di Gerace. In effetti erano "colpevoli" di aver chiesto la Costituzione e il riconoscimento della dignità dell'uomo, calpestati da un potere assoluto e dispotico, nonostante che la Rivoluzione Francese, anticipata da quella americana, avesse affermato i diritti inviolabili dell'uomo e del cittadino. I loro corpi martoriati vennero gettati nella fossa comune detta "la lupa". Alla fucilazione erano stati condannati anche Stefano Gemelli di Bianco e Giovanni Rossetti di Reggio Calabria, entrambi di 47 anni, ma la pena capitale fu commutata in 30 anni di carcere perché non considerati capi. Il vescovo di Gerace mons. Luigi Maria Perrone qualche giorno dopo, durante una funzione religiosa tenuta nella maestosa cattedrale normanna, esultò per la fucilazione dei Cinque, tenendo un'omelia sul tema "Moestitia nostra conversa est in gaudium"! L'esecuzione dei Cinque Martiri riempì di sdegno e d'orrore l'Italia e il mondo intero. In molte città si protestò e si celebrarono solenni esequie.Numerose furono le persone che, nelle varie regioni italiane, in onore della loro memoria, portarono il cappello alla calabrese. A Rocca di Neto, alcuni cittadini avevano organizzato il rapimento di Ferdinando II, ma furono traditi e arrestati.

Il re, definito tra l'altro "ignorante e testardo, alieno dai buoni studi, che guardava di traverso gli uomini di lettere e scienze e li derideva col nome di pennaruli", dopo quattro mesi dalla fucilazione fu costretto a concedere la Costituzione, che poco tempo dopo rinnegò. Il movimento insurrezionale capeggiato dai Cinque non ebbe un grosso seguito perché la gente comune non conosceva il significato di libertà -abituati per secoli alla monarchia assoluta- né quello di libertà di stampa -per una popolazione per la maggior parte analfabeta. Non c'erano elementi culturali sufficienti per legare le aspirazioni della borghesia e quelle del proletariato. L'azione rivoluzionaria non era matura; il popolo non era sufficientemente educato a sopportare il peso della libertà perché non ne conosceva i termini. Il moto, che in ogni modo contribuirà ad aprire le coscienze dei calabresi, fallì anche per l'impreparazione militare del seguito e per la mancanza di un capo che sapesse dirigere e coordinare la complessa operazione. Sul luogo della fucilazione sorge un monumento inaugurato il 7 giugno 1931, sul quale è collocato un pannello bronzeo raffigurante la fucilazione degli Eroi, opera dello scultore Francesco Jerace.”.


Studente a Napoli, era anche il patriota mazziniano, Tommaso Alati, di Melito Porto Salvo, di cui si occupa anche l’enciclopedia “Treccani”. Edward Lear (Londra, 12 maggio 1812 – Sanremo, 29 gennaio 1888) è stato uno scrittore e illustratore inglese. Scrittore nonsense (noto per i suoi limerick), spesso illustrava le sue stesse opere. Ebbe un'adolescenza difficile, fonte Wikipedia, (venti fratelli e un padre in prigione per debiti) e la vita turbata sin dalla giovinezza dalla malattia (era epilettico ed asmatico) ma presto cominciò a fare disegni o schizzi a carattere zoologico, che gli permisero di guadagnarsi da vivere nell'adolescenza. In seguito fu ospite e dipendente del Conte di Derby (come pittore naturalista) dove scrisse i suoi limerick per divertire i figli del conte. Tra il 1830 e il 1832 pubblicò una delle più belle opere illustrate, dedicate ai pappagalli: Illustrations of the family of Psittacidae, or Parrots, con 42 tavole litografate e colorate a mano da lui stesso. È di questi anni la collaborazione di Lear con l'illustre ornitologo John Gould. Veduta di Reggio Calabria e dello Stretto con l'Etna, 1847.Edward Lear passerà buona parte della sua vita a viaggiare (grazie al lavoro, che gli permette di visitare luoghi più salubri), legandosi in particolar modo all'Italia: nel 1837 è a Roma, in seguito tra il 1842 e il 1846 percorre Abruzzo, Molise, la stessa campagna romana e la Ciociaria. Nel 1847 progetta di visitare l'intera Calabria ma i moti di Reggio dell'ottobre 1847 gli permettono di vedere solo la provincia reggina.

Nel 1848 visita le zone di Melfi e del Vulture in generale (la sua esperienza è raccontata nell'opera più volte ristampata Viaggio in Basilicata) e l'alta Irpinia. Durante tutti i suoi viaggi Lear produce numerosi resoconti illustrati tra cui il Journals of a Landscape Painter in Southern Calabria, resoconto del viaggio calabrese e lucano pubblicato a Londra nel 1852.Quattro anni di lavoro gli permettono di raccogliere i suoi limerick corredati di illustrazioni nel celeberrimo libro A Book of Nonsense che pubblica nel 1846 dietro lo pseudonimo di Derry Down Derry.L'opera nonsense di Edward Lear non si esaurisce nei limerick: Lear si dilettò a scrivere di botanica o alfabeti nonsense, che riunì nel libro Nonsense Songs, Stories, Botany and Alphabets (inverno 1870 a Sanremo, la sua ultima e stabile residenza). Gerhard Rohlfs (Berlino, 14 luglio 1892 – Tubinga, 12 settembre 1986) è stato un filologo, linguista e glottologo tedesco. Fu docente di filologia romanza all'Università di Tubinga e all'Università di Monaco di Baviera[1]. Umanista di vasta cultura e ampi interessi, fu soprannominato "l'archeologo delle parole". Studi e ricerche. Il suo debutto negli studi linguistici avvenne sotto la guida di Karl Jaberg e Jakob Jud, da cui ricevette l'incarico di un ampio studio sui dialetti dell'Italia Meridionale, che lo portò alla laurea con una tesi dal titolo Griechen und Romanen in Unteritalien (pubblicata nel 1924).

"La fortuna di Rohlfs è legata ai suoi viaggi diretti verso "le fonti delle lingue romanze"; ed i viaggi hanno avuto uno speciale ruolo nei suoi studi. Egli ha ereditato dall'Ottocento il concetto dell'italienische Reise (it.:Viaggio in Italia) e si è dimostrato il migliore erede di Goethe nel suo approccio multidirezionale alla realtà italiana [...]".. Le sue foto sono davvero una miniera per tutti gli studiosi di cultura popolare. Ogni foto è corredata di relative informazioni tecniche quali apertura del diaframma, tempi di esposizione, ora della ripresa. Una delle località italiane che annovera il maggior numero di foto è Sperlinga dove Gerhard Rohlfs fece una ricerca sul dialetto galloitalico di Sicilia tra il 13 e 14 aprile del 1924.Si occupò di glottologia e linguistica delle lingue romanze e dei loro dialetti, principalmente di quelli appartenenti alle aree linguistiche dell'Italia meridionale, in particolar modo quelle dell'area calabro-lucana e salentina (dialetto calabrese, salentino, lucano e cilentano). In tale contesto si inserisce anche l'interesse per i dialetti gallo-italici di Basilicata, che per primo riconobbe nelle loro caratteristiche di Isola linguistica e ai quali dedicò due studi fondamentali nel 1931 e nel 1941. Pubblicò due vocabolari completi del dialetto calabrese (Milano, 1938-1939) e di quello salentino (Monaco, 1956-1961).

Fondamentale è poi la sua monumentale opera in tre volumi Historische Grammatik der italienischen Sprache und ihrer Mundarten. Lehnen, München, pubblicata negli anni 1949-1954 e tradotta in italiano da Einaudi negli anni 1966-1969, con il titolo Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti..Si occupò estesamente della lingua grecanica, sostenendo la sorprendente tesi che i parlanti di quella lingua fossero discendenti dei coloni della Magna Grecia e contrapponendosi alla teoria di Giuseppe Morosi che ne affermava invece la discendenza bizantina, sulla scia dell'emigrazione greca dei secoli IX-XVI. Riconoscimenti e affiliazioni. Nel 1974 una giuria designata dal prof. Alessandro Faedo, rettore dell'Università di Pisa, gli assegnò il Premio Forte dei Marmi per la sezione Storia della Lingua Italiana.Fu socio straniero dell'Accademia della Crusca dal 1955 e dell'Accademia nazionale dei Lincei dal 1972. Il 14 luglio del 2002, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita, il comune di Badolato ha intitolato allo studioso la piazza antistante le scuole elementari.In Calabria Gerhard Rohlfs ha ricevuto la cittadinanza onoraria dei comuni di Bova (1966), Candidoni (1979), Tropea e Cosenza (1981) e gli è stata conferita il 13 aprile 1981 la laurea honoris causa in Lettere dall'Università della Calabria. In suo onore la città di Bova ha inoltre allestito da ottobre 2012 una mostra multimediale dal titolo “Calabria contadina nelle immagini di Gerhard Rohlfs”, a cura di Antonio Panzarella.

La mostra è visitabile presso Palazzo Tuscano, “Centro visita del Parco Nazionale dell’Aspromonte”ed espone le fotografie scattate proprio dal filologo tedesco che,a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, si è recato più volte sul luogo per effettuare delle ricerche sul “dialetto greco-calabrese”. Bova (Chòra tu Vùa in greco di Calabria, Vùa in calabrese) è un comune italiano di 443 abitanti della provincia di Reggio Calabria, in Calabria. Il piccolo paese è considerato capitale culturale della Bovesìa, quindi della cultura greca di Calabria. Geografia. Il paese di Bova è arroccato sul versante orientale dell'Aspromonte a 915 m s.l.m. ed occupa una superficie territoriale comunale di 46,74 km². L'accesso all'alto Aspromonte è assicurato passando per Bova che si raggiunge percorrendo i 9 km che lo separano da Bova Marina grazie ad una nuovissima strada a scorrimento veloce. Da Bova si possono raggiungere anche Roghudi Vecchio Roccaforte del Greco (Area Ellenofona della Calabria) e via Melito Porto Salvo, a 10 km risalendo per circa 50 km verso Gambarie d'Aspromonte sulla SS 183. Storia. Antichità. Bova ha origini molto antiche come testimoniano rinvenimenti di armi silicee dell'epoca neolitica, ritrovate numerose nel territorio.

Anche dentro l'abitato, nel perimetro del castello, furono rinvenute schegge di ossidiana, attestanti il commercio primitivo che gli abitanti delle isole Eolie intrattenevano con i popoli vicini a partire dal IV millennio a.C. Pertanto le rocche del castello ospitarono sicuramente un insediamento umano di età preistorica. E ancora i numerosi frammenti vascolari, con disegni a meandro, ad impasto lucido nero, di fattura certamente greca, del primo periodo di colonizzazione, comprovano l'antica esistenza di abitazioni nella zona del castello e documentano i vari insediamenti umani nel corso dei secoli.Tra le popolazioni preistoriche che abitavano le rocche e le caverne di Bova vi furono gli Ausoni, dediti soprattutto alla pastorizia, che furono poi assoggettati dai coloni greci. Epoca classica. Nei secoli VIII - VI a.C., nell'ambito del vasto movimento migratorio dalla Grecia verso occidente, sorsero lungo la fascia costiera ionica della Calabria numerose colonie greche, l'abitato di Delia o Deri fu posto allora in contrada San Pasquale, presso la foce di quel torrente. Secondo la leggenda Bova fu fondata da una regina greca che, sbarcata lungo la costa, sarebbe risalita verso l'interno e fissato la sua residenza sulla cima del colle di Bova, presumibilmente entro le rocche dell'antico castello. In età greca Bova subì le sorti della politica nelle vicende storiche di conquiste e di guerre tra Reggio, Locri e Siracusa, e fu infine sottoposta alla tirannide di quest'ultima.

Con la vittoria di Roma sui Cartaginesi le terre dei locresi furono sottomesse dai romani, Bova comunque poté godere della cittadinanza romana, ma la tranquillità durò poco; infatti essendo il paese troppo esposto verso il mare vicino Capo Spartivento, subì le frequenti incursioni barbariche.Nel 440 infatti i Vandali sbarcarono sulle coste lucane e bruzie devastando e saccheggiando le città marittime; dopo aver occupato la Sicilia organizzarono scorrerie in Calabria e gli abitanti del litorale per sfuggire alle devastazioni si rifugiarono sui monti, in luoghi più sicuri ed inespugnabili. Fu questo quindi il motivo che spinse gli abitanti di Delia a fondare la città di Bova. Medioevo. Dal IX secolo Bova fu continuamente assediata dai Saraceni, i pirati provenienti dalla Sicilia erano giunti intorno all'anno 829 dall'Africa e dalla Spagna, approdavano a Capo Spartivento e spesso, per avversità atmosferiche, erano costretti a fermarsi; non trovando alcuna residenza saccheggiavano e devastavano il territorio di Bova.Uno dei più disastrosi assalti saraceni fu quello 953, anno in cui Bova subì per ordine diretto dell'Emiro di Sicilia "Hassan Ibu-Alì" l'attacco di sorpresa e la strage di molti abitanti, mentre i più furono mandati schiavi in Africa.

E ancora nel 1075 gli Arabi sbarcando alla marina di Bruzzano occuparono parte della Calabria ed anche Bova fu sottoposta a stretto assedio.In città si accedeva attraverso due porte turrite, porta "Ajo Marini" e l'altra ubicata nei pressi della cattedrale. L'acropoli della città di Bova era costituita dall'antica cattedrale, il Palazzo Vescovile e le case delle famiglie più ricche e nobili, fuori le mura esistevano i due borghi: Borgo di Rao e Borgo Sant'Antonio con tre torri difensive poste una di seguito all'altra, di una sola delle quali, oggi restano i ruderi. Con la dominazione normanna Bova entrò nel periodo feudale. All'età laico-normanna seguì il feudalesimo ecclesiastico-svevo e Bova fu infeudata all'Arcivescovo di Reggio che la tenne con il titolo di Conte fino al 1806, anno dell'eversione della feudalità. Età moderna. Bova fu antichissima sede vescovile, il primo vescovo sarebbe stato ordinato nel I secolo da Santo Stefano di Nicea Vescovo di Reggio, e seguì il rito greco introdotto in Calabria dai monaci basiliani fino al 1572, anno in cui l'Arcivescovo Cipriota Stauriano impose il rito latino. Nel 1577 una tremenda pestilenza colpì il paese, approdato alla marina un naviglio carico di merci, una donna acquistò dei drappi preziosi che espose alla finestra per la festa del Corpus Domini, erano tessuti infetti da peste. A causa del caldo il male si diffuse e colpì molti cittadini, la notizia dell'epidemia si sparse subito nei paesi vicini e Bova fu isolata, il commercio di ogni genere fermo; tale isolamento originò anche una forte carestia e la morte di moltissimi abitanti.

Nel corso del XVI secolo si ebbe un risveglio dell'attività predatrice dei turchi contro l'Italia meridionale e ne derivò la necessità di apprestarsi alla difesa; fu infatti realizzata una linea di torri di guardia lungo tutto il litorale calabrese; nel territorio costiero di Bova esisteva già a quel tempo la Torre di "San Giovanni d'Avalos" posta sul Capo Crisafi, furono quindi costruite "Torre Vivo", completamente smantellata nel 1700, e "Torre Varata". Si ha notizia di molte incursioni turchesche nel territorio di Bova, nel 1572 alla marina di Bova si erano rifugiate due tartane cristiane per sfuggire all'inseguimento di un naviglio turco, l'equipaggio chiese aiuto ai bovesi, e il governatore della città alla guida di un numeroso stuolo di cittadini scese alla marina. La battaglia durò molte ore e i turchi rimasero uccisi sulla spiaggia, il piccolo esercito bovese riuscì a mettere in fuga le navi turche. Il terremoto del 1783 provocò a Bova notevoli danni valutati per cinquantamila ducati. Quando nel 1799 i francesi instaurarono a Napoli la Repubblica Partenopea, non tutto lo stato napoletano ne fece parte, l'estrema provincia di Reggio, Bova compresa, rimase sotto il governo dei Borboni. Il cardinale Ruffo nel febbraio del 1799 sbarcò in Calabria alla riconquista del regno, e fu agevole in tale zona l'organizzazione delle bande che accorrevano ai suoi ordini.

Uno dei primi paesi che rispose all'appello fu Bova, dove si costituì una grossa banda di Sanfedisti che mosse verso Reggio incorporandosi alle truppe del cardinale. Oltre alle catastrofi naturali, Bova subì nel 1943 durante l'ultimo conflitto mondiale un grave bombardamento da parte degli angloamericani, che danneggiò notevolmente le strutture abitative; nella strage morirono ventisei cittadini bovesi. Evoluzione demografica. Abitanti censiti. Cultura. Bova è considerata la capitale della cultura grecanica in Calabria.Feste, manifestazioni e musica. Le manifestazioni e le feste che hanno luogo periodicamente a Bova creano momenti di svago e di allegra compagnia.A Bova le manifestazioni riguardano principalmente le feste Patronali che hanno luogo per San Leo, Patrono della città e compatrono dell'arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, il giorno 5 maggio. Invece nei giorni 15-16-17 agosto, si svolgono i festeggiamenti in onore della Beata Vergine Maria Assunta, San Leo e San Rocco. I festeggiamenti patronali, così come quelli in onore della Beata Vergine Assunta, attraggono molti fedeli ed in particolare tanti emigrati che per l'occasione rientrano l'estate in Bova. La Banda Musicale a Bova ha festeggiato il suo centenario nel 1998. Il Complesso bandistico denominato "Città di Bova" fu istituito con delibera del Consiglio Comunale n° 31, il giorno 8 settembre 1898.

La banda è costituita da 40 elementi, tutti di Bova, e il Maestro è il sig. Stelitano Antonino. Essa è una delle poche bande musicali comunali.Nell'agosto 2005 si è svolta l'VIII edizione del Festival Paleariza, dal titolo "Musica tu Cosmu stin Calavrìa Greca" (musica nell'universo della Calabria greca).Da ottobre 2012 il comune di Bova ospita a Palazzo Tuscano,“Centro visita del Parco Nazionale dell’Aspromonte", una mostra multimediale dal titolo "Calabria contadina nelle immagini di Gerhard Rohlfs", a cura di Antonio Panzarella. La mostra espone le fotografie scattate dal filologo tedesco Gerhard Rohlfs, il quale, a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, si è recato più volte sul luogo per effettuare delle ricerche sul dialetto greco-calabro.Strumenti musicali. Gli strumenti musicali del paese di Bova e dell'area grecanica presentano forti caratteri di arcaicità e risultano in via di estinzione. Tali strumenti hanno valore non solo in quanto oggetti materiali, ma per il sostrato musicale a cui rimandano. Si tratta di strumenti musicali popolari legati ad un ambiente agro-pastorale, costruiti, diffusi e suonati dallo stesso musicista e sono funzionali ad occasioni sociali, durante le feste religiose e liturgiche. I musicisti popolari, pastori e contadini, pur non traendo sostentamento da attività musicali, rappresentano il sapere musicale appreso oralmente all'interno della comunità.

I suonatori appartengono alle generazioni anziane, ma ci sono degli strumenti che sono suonati anche dai giovani come l'organetto e il tamburello. Il tamburello ha origini molto antiche, la superficie si ricava dalla pelle di capra, perfettamente tirata inserita in una cornice circolare, con una serie di piastrine metalliche ritagliate da fondi di latta. Il tamburello si utilizza nella tarantella in quanto svolge una funzione ritmica molto importante e prevede l'accompagnamento della zampogna. Anche la zampogna ha antiche origini: è probabile una sua discendenza dagli "auloi" greci, si conoscono due tipi diversi di zampogna: una con canne di melodia di diversa lunghezza ed un'altra con canne di uguale lunghezza collegate ad un otre di pelle. La sua funzione è quella di scandire i momenti salienti dell'anno agricolo, secondo l'arcaico calendario stagionale. Essa viene generalmente protetta dal malocchio con vari amuleti, quali nastri, fiocchi rossi e cornetti aventi un significato apotropaico. Il suo repertorio è costituito da tarantelle, pastorali ed accompagnamento al canto. Un altro strumento musicale utilizzato dai grecanici di Bova è l'organetto, un'armonica a bottoni, a suoni alternati. Il repertorio dell'organetto concorda in gran parte con quello della zampogna, ma esso serve anche per l'accompagnamento di canzoni ritmicamente più rigide ma melodicamente più libere.

A Bova ogni anno si tiene il festival dell'arte musicale greca che costituisce il maggiore stimolo artistico per tutti i greci di Calabria.I strumenti musicali che possiamo costruire noi sono molto pochi ad esempio:il mandolino. AmministrazioneStemma Civico:Secondo la leggenda una regina Armena avrebbe guidato le sue genti sul monte Vùa. Dal nome latinizzato, Bova detto così perché luogo adatto al ricovero dei buoi, derivò lo stemma rappresentante il bue, cui in epoca cristiana, fu aggiunta la figura della Madonna col Bambino in braccio.Curiosità. Quasi tutte le contrade sono caratterizzate da nomi di derivazione greca: Luppari - Cavalli - Brigha - Bucissà - Caloghiero - Milì - San Giovanni - Campo, Polemo - Aio - Leo- Manduddhuru,verceu ecc.Gli abitanti di Bova appartengono alla Comunità Greca di Calabria che complessivamente conta circa 13.000 abitanti, dislocate nei comuni dell'Area Grecanica.In una piazzetta all'entrata di Bova è collocata una locomotiva a vapore, discretamente conservata, che simboleggia le ferrovie ed i Bovesi che lavorarono come ferrovieri. Ogni visitatore s'interroga sulle difficoltà per trasportarla fino al borgo: effettivamente in alcuni punti si è dovuto allargare la carreggiata della strada che porta al paese. Foto del monumento (e altre su Bova) all'URL http://www.donmilanigioiosa.it/Immagini/Rassegna/rassegna.htm.

Nel 2007 Robert Englund ha visitato (per le location del film The Vij ) Bova dichiarando: Personalmente ho tratto grandissima ispirazione da due paesini della provincia di Reggio Calabria: Pentedattilo e Bova. Quando li ho scoperti ho pensato che fossero set da milioni di dollari preparati per noi da Peter Jackson!”.

Bova “l’Eterna”, merita sicuramente maggiore e migliore spazio di quanto dedichi lo scrivente. Sicuramente, non ci mancherà l’occasione in avvenire di dare un ulteriore contributo. Per sensibilizzare i sordi della cultura; gli allergici del sapere, i miopi della conoscenza. Personalmente ringraziamo il dottor Franco Tuscano per il suo contributo alla cultura in generale e per al Grecanico in particolare. Domenico Salvatore






































About Luigi Palamara

Reggio Calabria e la sua Provincia dentro la cronaca e non solo.
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