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Provincia di Reggio Calabria

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Palmi (RC) Operazione della Procura,’Short Message’, quel “pensierino” che fa sballare

Niente associazione per delinquere di stampo mafioso o di altro tipo, ma solo una fitta trama di interscambio che ha condotto la Procura di Palmi a procedere con la chiusura delle indagini OCCC per  otto persone, fermate  sabato mattina 4 febbraio 2012 alle prime luci dell’alba, a conclusione delle indagini, iniziate nell’estate del 2010. Un anno di lavoro, che ha permesso ai militari del Commissariato di Gioia Tauro di notare strani movimenti, ma soprattutto conversazioni telefoniche e sms all’apparenza normali e che, invece, celavano un giro seriale di spaccio.  Gli sms contenevano un linguaggio in codice, e parole come “bianca” e “bottiglia” indicavano, invece, termini come “cocaina” e “eroina”.  Soggetti, che frequentavano l’Ina Casa di Rosarno, area nevralgica dello spaccio già in passato. Tre donne tra i fermati: Maria Lucia Ascone, 22 anni, di Rosarno; Caterina Tripodi, classe ’71, di Gioia Tauro; Vecceloque Pereloque Franca, classe ’67, di Gioia Tauro. con precedenti penali alle quali si aggiungono: Angelo Giordano, classe ’88, di Rosarno con precedenti; Antonio Lemma, classe ’86, di Rosarno con precedenti; Rocco Furuli, 25 anni, di Rosarno con precedent; Damiano Ciancio, classe ’77, di Acquaro; Gesuele Manno, 30 anni di Rosarno e Tutti soggetti residenti tra Rosarno e Gioia, ad eccezione del Ciancio residente a Vibo.
PALMI (RC), UN “BOTTIGLIA” PER..STORDIRE LA SETE DI COCAINA ED EROINA
Una serie di conversazioni e sms tra spacciatori e acquirenti di droga intercettata e decriptata dagli  agenti del Commissariato di Gioia Tauro, diretto dal vice-questore Francesco Rattà, coordinato dal p.m.Luigi Iglio, gip Luca Colitta coordinati dal procuratore aggiunto, Emanuele Crescenti, tutti agli ordini del Procuratore capo della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, ha consentito di chiudere il cerchio su un una rete di smercio di sostanze stupefacenti tra i comuni di Gioia Tauro e Rosarno. Smantellata una banda dedita allo spaccio di sostanza stupefacente con la collaborazione del reparto Prevenzione crimine Calabria e la Squadra Mobile di Vibo Valentia, al termine di un’attività di indagine articolata, partita nell’estate del 2010. La conferenza stampa per i dettagli dell’operazione a Palmi, alla quale hanno preso parte il procuratore capo Giuseppe Creazzo, il procuratore aggiunto Emanuele Crescenti ed il dirigente del Commissariato di Gioia Tauro Francesco Rattà.Alle indagini hanno partecipato anche le Squadre Mobili di Vibo Valentia (Maurizio Lento) e Reggio Calabria (Renato Cortese). La droga veniva definita in modo pittoresco… bottiglia,bianca,vino, olio, macchina, roba, cose, discorsi, così così, piccola punta, punta di trapano, cambio di nuovo, qualcosa, chiavi, porco, pensierino, cioccolata, parmigiana, due bidoni di olio, Hogan, Boccetta, ragazza, cobrette, pura, panettoni con i canditi, ragazza, quella là
Domenico Salvatore
 PALMI (RC)-Sul territorio, come tutti sanno, non si muove foglia se il Capo della Locale, capo di società o capibastone delle ‘ndrine dominanti non lo voglia. I boss (Pesce-Bellocco-Pisano-Ferraro-Ascone ecc.) controllano tutto. E non esiste, che un “cane sciolto”, o scissionista, possa trafficare in droga, armi, rakett delle estorsioni, usura, appalti e sub-appalti, boat-people, scommesse, politica od altra “chiamata” illegale ed abusiva, senza il rischio di finire in… frittelle. Anzi per dirla tutta, il traffico di droga è l’elemento catalizzatore della ‘ndrangheta collegata col “Triangolo d’oro” Birmania-Laos-Thailandia e con i cartelli afghani, pakistani, turchi e magherebini ad est. Già nel IV secolo a.C. Alessandro Magno diffondeva l'oppio tra i suoi soldati per non fare sentire loro la stanchezza e le sofferenze dei mesi e mesi di marcia forzata e di combattimenti. Il condottiero macedone esportò anche le colture di oppio in India. Nel VII secolo d.C. i mercanti arabi , fonte Wikipedia,introdussero le coltivazioni di oppio in Estremo Oriente. L'abitudine di fumare l'oppio iniziò a prendere piede nel XVII secolo quando spagnoli e olandesi utilizzavano questo metodo come cura alla malaria. Nel 1557 la Compagnia delle Indie Orientali s'impadronì del monopolio del commercio di oppio, che veniva coltivato dagli inglesi in India e venduto a tonnellate in Cina. Le "guerre dell'oppio" videro contrapposti l'Impero Cinese e il Regno Unito, che voleva assicurarsi il libero commercio dell'oppio, proibito dalla Cina per il crescente dilagare della tossicodipendenza tra la popolazione.

Il primo conflitto si svolse tra il 1839 e il 1842 con la vittoria della Gran Bretagna, che impose il libero commercio dell'oppio con basse tariffe doganali ed ebbe il dominio sulla città di Hong Kong. Il secondo conflitto, chiamato impropriamente "seconda guerra dell'oppio", si svolse tra il 1856 e il 1860 con una nuova sconfitta della Cina. Nel frattempo le società segrete cinesi iniziarono ad estendere vaste piantagioni di oppio e ciò provocò la dura opposizione della Gran Bretagna, che vedeva in loro un pericoloso nemico del suo commercio di droghe. Per questo motivo le società segrete trasferirono le piantagioni in Indocina dopo alcuni accordi con il governo francese, che a quei tempi aveva il dominio su quegli stati. Nonostante lo sdegno internazionale, la Gran Bretagna continuò il commercio massiccio di oppio con la Cina fino al 1920. Ad ovest invece, la ‘ndrangheta universalmente nota come la mafia più forte del pianeta, per stessa ammissione dei magistrati in conferenza stampa ed al convegno, traffica con i Paesi dell’America Latina. Le principali aree della coltivazione di oppio. In Colombia con il Cartello di Medellín, uno stato dentro lo stato: infatti ha i propri giornalisti, poliziotti e magistrati; il Cartello di Cali ed il Cartello di Norte del Valle. La massa contadina (campesinos, peones )e la proprietà terriera e per questo ci sono molti disoccupati e moltissimi poveri che per riuscire a vivere e mantenere le proprie famiglie devono affiancarsi al cartello. I cartelli messicani. In Messico il Cartello di Tijuana è rivale con altri due grandi cartelli, il Cartello di Juárez ed il Cartello del Golfo, per spartirsi il grande traffico di cocaina e di altre droghe che va dal territorio messicano agli Stati Uniti. La guerra tra i cartelli, che ha causato più di 6400 morti nel 2008, ha coinvolto anche numerosi civili, rimasti uccisi negli scontri. I cartelli infatti utilizzano come armi mitragliatrici e bazooka. Basta controllare il mega-porto di Gioia Tauro. Come ricorda in un suo articolo la giornalista Bruna Italia Massara…

La cosca Pesce di Rosarno era in grado di farsi spedire 3-400 chili tra eroina e cocaina ogni settimana che transitava dal porto di Gioia Tauro grazie anche alla collaborazione di alcuni finanzieri compiacenti. A dirlo e’ stato il collaboratore di giustizia Salvatore Facchinetti, ex affiliato alla cosca, sentito in videoconferenza nel processo ai presunti affiliati al clan ,che si sta svolgendo davanti ai giudici del Tribunale di Palmi. Quella banchina è controllata anche dal cartello di mafia Piromalli-Molè. Come ha dimostrato l’operazione “Porto”.  Scrive la Massara…”La ‘ndrangheta di Gioia Tauro, dovrà risarcire di nove milioni di euro la Provincia di Reggio Calabria. La decisione è stata assunta dal Tribunale di Palmi a conclusione del processo civile promosso dell’Ente di via Foti nei confronti di Giuseppe e Gioacchino Piromalli, Girolamo Albanese, Domenico Stanganelli, Luigi  Emilio Sorridente e Antonio Zito per i reati accertati nell’ambito dell’Operazione “Porto”. La decisione è stata assunta dal giudice Claudio Parise con sentenza depositata lo scorso mese di gennaio.“Il riconoscimento, in sede penale prima, e ora in quella civile, dà il senso concreto di un’Amministrazione Provinciale che intende perseguire concreatamene il bene comune, al di là degli slogan e dell’antimafia di facciata”, dice il Presidente della Provincia Giuseppe Raffa. Dopo le condanne nei due giudizi di merito e il rigetto del ricorso per Cassazione proposto dagli imputati, in cui l’Ente, rappresentato dall’avv. Pietro Catanoso, si era costituito parte civile, il Dirigente del Settore Avvocatura della Provincia, avv. Attilio Battaglia, aveva ritenuto opportuno procedere ulteriormente per ottenere in sede civile la quantificazione dei danni subiti in conseguenza dei reati commessi.

All’esito del giudizio civile il dott. Paris ha ritenuto fondata la domanda di risarcimento ed ha condannato i due i Piromalli, Albanese, Stanganelli, Sorridente e Zito al pagamento, in solido, in favore dell’Ente della somma di € 9.000.000,00, oltre alla rifusione delle spese del giudizio.“Il riconoscimento, in sede penale prima, e  ora in quella civile, dà il senso concreto  di un’Amministrazione  Provinciale che intende  perseguire concreatamene  il bene  comune,  al di là degli slogan e  dell’antimafia di facciata”, dice il Presidente della Provincia Giuseppe Raffa il quale sottolinea che la decisione della magistratura palmese “dimostra la linearità e la correttezza  dell’Amministrazione Provinciale nella lotta alla criminalità organizzata e nel garantire il rispetto della legalità.La ‘ndrangheta di Gioia Tauro dovrà risarcire di nove milioni di euro la Provincia di Reggio Calabria. (Nella foto d'archivio, l'Operazione "Cent'Anni di Storia")Non appena queste somme saranno disponibili ed entreranno nelle casse dell’Ente  – sottolinea Giuseppe Raffa – intendiamo investirle nell’area di Gioia Tauro, in particolare nel retroporto e rilanciare così le attività legate allo scalo che necessita di ulteriori e maggiori attenzioni da parte della Pubblica Amministrazione.Si potranno realizzare – conclude il presidente della Provincia – nuove strutture a supporto della logistica per agevolare le opportunità occupazionali  e per sviluppare un disegno organico di crescita economica non solo del porto, ma dell’intero comprensorio gioiese”.

I fatti risalgono alla metà degli anni ‘90, quando furono arrestate numerose persone accusate di essersi associate tra loro nell’ambito della criminalità organizzata operante nel territorio dei comuni di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando.  Un gruppo criminale composto dalle ‘ndrine Piromalli-Molè, che esercitava il suo potere nel territorio di Gioia Tauro,  e Pesce e Bellocco egemone a  Rosarno, ed entrambe anche nel territorio di San Ferdinando. Un’organizzazione mafiosa che aveva lo scopo, attraverso la forza intimidatrice, di trarre illeciti profitti dalle attività economiche, in gran parte finanziate dallo Stato, da altri enti pubblici nazionali e dalla Comunità Europea, per il completamento del porto, l’inizio della sua attività e l’adeguamento e sistemazione della circostante area.Il Dirigente del Settore Avvocatura della Provincia, avv. Attilio Battaglia, in una foto d'archivio.Tra le altre finalità criminali figuravano: l’influenza nelle decisioni della Pubblica Amministrazione, relative all’assetto territoriale dell’area interessata e, contestualmente, ottenere il favore e la complicità di pubblici ufficiali; il conseguimento di vantaggi patrimoniali dalle imprese operanti nel territorio attraverso affidamenti di lavori per l’erogazione di forniture di beni e servizi (da distribuire in base a precisi accordi di ripartizione territoriale intercorsi tra le dette ‘ndrine), l’assunzione di mano d’opera, ovvero direttamente attraverso la corresponsione di somme di denaro a titolo estorsivo; l’accaparramento fraudolento di contributi e/o agevolazioni economico-finanziarie anche attraverso la partecipazione allo svolgimento delle attività produttive nell’area portuale e nella circostante zona industriale.

L’attività d’indagine evidenziò anche che la ‘ndrangheta di Gioia Tauro aveva deciso di costringere le società “Medcenter”, nella persona del suo vice presidente Walter Lugli, e “Contship”, nella persona del suo presidente Enrico Ravano,  a versare una tangente corrispondente alla somma di 1,50 dollari per ogni container scaricato, pari al 50% degli effettivi profitti conseguiti dalle società per ogni container. Nella costituzione di parte civile della Provincia, gli avvocati Catanoso e Battaglia hanno chiesto che in sede di quantificazione dei danni patrimoniali si tenesse conto “dell’ostacolo posto allo sviluppo socio-economico del territorio per effetto della presenza e influenza della consorteria mafiosa e dell’attività estorsiva posta in essere dagli imputati. La decisione è stata assunta dal giudice Claudio Parise del Tribunale di Palmi. Il tutto per come emerso dal processo penale, che ha accertato l’alterazione delle regole del mercato e della concorrenza ai danni delle imprese locali, rappresentando così un fattore di disincentivazione allo spirito di intraprendenza imprenditoriale nonché serio ostacolo alla capacità del territorio di attirare nuovi investimenti di capitali al fine di garantire l’insediamento di altre realtà produttive nel territorio della Provincia”.Nella richiesta di danni non patrimoniali, il Tribunale è stato sollecitato  a tenere conto del “discredito arrecato alla reputazione e all’immagine dell’Ente e alla sua popolazione, in virtù della presenza nel proprio territorio di tali consorterie mafiose”.

Nel corso del processo è stata prodotta numerosa documentazione -in particolar modo servizi di testate giornalistiche nazionali- diretta a dimostrare l’enorme clamore e quindi la gravità del danno all’immagine subito dal territorio della Provincia di Reggio Calabria. "Short messagge", perche' la rete di piccoli spacciatori comunicava con i propri clienti usando prevalentemente gli sms. Il centro dello spaccio al dettaglio di eroina e cocaina era il quartiere "Ina case" di Rosarno, un agglomerato di case popolari poste nella prima periferia cittadina già al centro di numerose operazioni delle forze dell'ordine negli scorsi anni. "Non c'è bisogno di essere sociologi per immaginare che dietro ogni attività delittuosa nella Piana ci siano sempre gli stessi nomi. Nel ‘pizzo' richiesto per ogni container sdoganato a Gioia Tauro, c’erano tutte le principali ‘ndrine: Mancuso di Limbadi Crea di Rizziconi, Pesce e Bellocco di Rosarno, Molè e Piromalli di Gioia, Avignone di Taurianova, Mammoliti-Ruga di Oppido-Castellace, i Facchineri ed i Raso-Gallace di Cittanova, Gioffrè di Seminara, Longo Versace di Polistena, Petullà di Cinquefrondi, Parrello di Palmi e via di sèguito. Come ricorda l'ex sindaco Peppino Lavorato, un santuario della “Falce e Martello”, quando fronteggiava i mafiosi negli anni ’80; nove anni passati pericolosamente a fare il sindaco di Rosarno per i  ‘Cumunisti’ dal 1995 al 2002; due macchiine incendiate; il ra-ta-ta  delle sventagliate di kalashnikov contro il Comune; diversi raid dentro l'ufficio dell'Anagrafe e minacce di morte; due volte la scritta sui muri delle scuole elementari vandalizzate di notte "Curnutu cumunista, u prossimu a moriri si' tu!"; l'amico di tutta una vita e compagno di lotte politiche, Peppino Valarioti, ucciso dalla lupara mafiosa a pochi centimetri da lui… “Aiutu, cumpagni, mi mmazzaru.

C’erano anche i mitici. Mommo Tripodi da Polistena, Mimì Argiroffi da Seminara, Ninì Sprizzi da Palmi, Marco Tornàtora, Doddi Marino da Taurianova, Aldo Alessio  di Gioia Tauro. Un umile bracciante, padre di Alessio, futuro sindaco di Gioia Tauro, venne convocato dal capo della Locale, mammasantissima, santista, don Mommo Piromalli:”Chi esti ssu parrari i maffia e ndrine? Vostru figghiu ll'avi a finiri cu ssi comizzi supa a maffia". Tre donne tra i fermati: Maria Lucia Ascone (21 anni), Caterina Tripodi (40 anni), Franca Vecceloque Pereloque (44 anni) con precedenti penali, alle quali si aggiungono Angelo Giordano (23 anni) con precedenti, Antonio Lemma (25 anni) con precedenti, Rocco Furuli (24 anni) con precedenti, Damiano Ciancio (34 anni), Gesuele Manno (29 anni). Tutti soggetti residenti tra Rosarno e Gioia, ad eccezione del Ciancio residente a Vibo. Un paio di arrestati, sono stati coinvolti in precedenti operazione della DDA (“Black & White; Doppia sponda”). Domenico Salvatore

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